Come si chiamano i tuoi figli?

Il magazzino è organizzato con cura. Su uno degli scaffali in metallo stanno tante piccole paia di scarpe da bambino. Allungo la mano e afferro una minuscola scarpina rosa, la punta è impercettibilmente rovinata. Sulla suola compare il numero 14. Scarpina bimba numero 14. Incredibile!

 

Federico ci conduce in visita al centro Caritas locale. E’ un uomo grosso e bonario dal fortissimo accento bergamasco. Di mestiere è muratore. Schietto, verace, amante del vino e “delle belle donne” (parole sue).

 

«Mi spacco la schiena in cantiere» mi dice. «Ma dare una mano in parrocchia mi piace, così mi guadagno il paradiso!» esclama e poi si mette a ridere.

 

Solitamente una visita non avviene alle 2 di notte, ma la logistica questa volta è un pochino differente. Dopo lo spettacolo dormiremo proprio in una delle camere utilizzate per l’accoglienza in un centro Caritas nei dintorni di Bergamo. Nel condurci alla nostra stanza Federico ci tiene a mostrarci il luogo dove passa la quasi totalità del suo tempo libero.

 

Lo stabile è vuoto. La strada che corre davanti all’entrata è deserta e il silenzio è così profondo da farti fischiare le orecchie.

 

«Quante famiglie aiutate?» chiedo io.
«Circa un centinaio» risponde Federico.

 

Dopo la stanza adibita alla raccolta degli abiti usati visitiamo il magazzino dove vengono preparati gli aiuti alimentari: scatolette, biscotti, farina, zucchero, latte…

 

Poi è il turno dell’ufficio dove avvengono i colloqui. E’ volutamente separato dal resto della struttura, in modo da offrire un ambiente più intimo e informale.

 

«Qui la gente viene a chiedere una mano. Sai, è un momento duro per tutti. Molti sono extra comunitari, ma tanti sono italiani… persone che hanno perso il lavoro. Si siedono qui e ti guardano con la testa bassa».

 

«Che cosa ti colpisce di quei momenti?» chiede Mara mentre io penso a quanto sarebbe bello essere già con la testa appoggiata al cuscino.

 

«Che cosa mi colpisce?!» chiede in risposta Federico.
«Sì, la cosa che ti resta più impressa…»

 

«La dignità… la dignità fatta a pezzi» risponde Federico di colpo senza esitazioni, come se quella risposta fosse pronta lì sulle sue labbra da sempre.

 

«Mi fanno ridere quelli che dicono che se ne approfittano. Vorrei invitarli a uno dei nostri colloqui. L’altro giorno…»

 

Federico si appoggia alla semplice libreria in legno dove stanno raccoglitori e dossier. Io lo ascolto mentre nella mia testa continua l’eco di quella strana espressione “la dignità fatta a pezzi”.

 

«L’altro giorno c’era questo signore marocchino, altissimo. C’aveva un cappotto verde che sarà stato dieci misure più grande. Così gli dico: “Mettiti a sedere” e lui si siede piano piano come se avesse paura di rompere qualcosa. Le mani sulle ginocchia e la testa bassa. “Dimmi” gli ho fatto… e lui non parlava.

“Solitamente una visita non avviene alle 2 di notte, ma la logistica questa volta è un pochino differente. Dopo lo spettacolo dormiremo proprio in una delle camere utilizzate per l’accoglienza in un centro Caritas nei dintorni di Bergamo…”

“Dimmi” gli ripeto ancora una volta. E lui se ne stava zitto senza dire niente come un cane bastonato.

 

Quando succede così, se a tenere il colloquio è un volontario nuovo senza esperienza, lo capisci subito perché comincia a fare un sacco di domande che non servono a niente. “Non hai più un lavoro? Ti hanno licenziato?” comincia a chiedere e l’altro col cavolo che ti risponde!

 

Io invece ho la mia strategia e non so se è buona o se è cattiva. Ma funziona.
Me ne sto zitto, lascio passare un pochetto e poi gli faccio la domanda.

 

Sai, è una domanda che funziona sempre, perché lo sai che se sono lì è perché hanno famiglia. Lo sai che lo fanno per i figli… perché se fosse per loro, andrebbero piuttosto a dormire sotto un ponte piuttosto che chiederti una mano. Sono lì per i figli, perché le hanno provate tutte e non sanno più dove sbattere la testa.

 

“I tuoi figli come si chiamano?”: è questa la domanda che faccio.

 

E questa domanda funziona sempre perché gli si illuminano gli occhi e ti rispondono sorridendo.
E non importa se la risposta è “Francesca” o “Simone” o “Asra” o “Osman” o che cavolo so io…

 

Ti rispondono con un sorriso e poi crollano. Succede sempre.

 

Il signore marocchino, quello col cappotto verde, hai presente? Si è buttato le mani sugli occhi e si è messo a piangere quando gli ho chiesto come si chiamavano i suoi figli. Singhiozzava, ci credi?

 

E’ lì che vedi la dignità di un uomo che non sa più come andare avanti. Una dignità che è come briciole buttate ai piccioni».

 

Io resto a guardare Federico che parla e tutto il sonno se ne va di colpo.

 

«Come li aiutate?» – chiede Mara.

 

«Fare in modo che non finiscano per strada: questa è la cosa più importante. Li aiutiamo con il cibo, con il vestiario, specie per i bambini… e poi con la cosa che desiderano più di tutte: lavorare e poter ripartire. Anch’io ho perso tutto e so come ci si sente. Vuoi solo sentirti una persona. Perché c’è una cosa che una persona desidera ancora più del pane, più dell’aria e di tutto il resto: è la dignità».

 

•••

Quella notte non riesco a dormire. Non ce la faccio.

 

Potrà andare tutto per il verso sbagliato.
Potrà essere tutto uno schifo e ad ascoltare un telegiornale a pensarlo ci arrivi davvero.

 

Ma questa notte ho avuto la conferma – ancora una volta – della magnificenza dell’animo umano, la conferma di quello che possiamo essere, la conferma della bontà che supera le differenze e le barriere. La conferma che nonostante tutto siamo esseri umani capaci di donarsi agli altri.

 

Dignità. Solo dignità.

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

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