Corri, Forrest, corri!

Alcune volte me lo chiedo così insistentemente da sentirmi mezzo matto. Mi chiedo quale sia il senso di questa costante battaglia, quale sia il senso nel cercare di andare contro corrente e mi chiedo se mai questa sfida avrà un traguardo.

 

Avete presente la situazione? Continui a cercare un senso e questo sembra sfuggirti dalle mani come nebbia sottile.

 

Quello che faccio serve davvero a qualcosa? Raccontare storie vere di solidarietà e fratellanza ha forse una qualche utilità pratica? Dio Santo, ne ha forse qualcuna?! Se anche le mie parole sono in grado di cambiare qualcuno, questo “qualcuno” non è che una goccia nell’oceano di persone chiuse all’interno di una bolla di quotidianità colorata delle sfumature metalliche dell’individualismo e di un menefreghismo che da colpa è diventato un sano “modus vivendi”!

 

Quando il cervello comincia a fumare, la soluzione è solo una…
Corri, Forrest, corri!

 

Amo correre. E’ una cosa che adoro. Prima di uno spettacolo se c’è un briciolo di tempo, metto ai piedi le mie scarpe da ginnastica e mi metto a correre. Scelgo una strada, una direzione qualsiasi, e comincio a contare i chilometri. In quel momento me ne frego di tutto. In quel momento non esistono pensieri e domande… Ci sono solo io e il ritmo del mio respiro scandito dal suono dei passi e dal leggero soffio del vento nelle orecchie.

 

Correre ti insegna tanto. Riesce a farlo perché la corsa è forse la metafora della nostra esistenza più chiara e semplice che esista. Stringi i lacci delle scarpe e indossi gli auricolari mentre il ritmo della tua canzone preferita ti lancia una scarica di adrenalina lungo la schiena. Avverti l’asfalto scivolare sotto la suola e in quel momento ti senti il padrone del mondo, invincibile, instancabile, inarrestabile. In quel momento è tutto così facile…

 

Venti chilometri più tardi ti trascini pregando Dio che la tortura finisca il prima possibile. Le gambe non ti reggono più, le ginocchia sono a pezzi e la sete ti divora…

 

Per chi corre abitualmente sarà una sensazione maledettamente familiare. Il tuo corpo sembra urlarti nel cervello: “Non ce la faccio più! Basta! Fermiamoci! Fermiamoci un secondo!”

 

E gli argomenti che la voce nel tuo cervello porta a sostegno del proprio pressante invito sono quanto mai logici:
«Fermati! Non hai mica firmato un contratto!»
«Fermati! Non te l’ha mica ordinato il dottore!»
«Fermati! Non c’è nessuno che ti sta a guardare…»
e via di seguito.

 

In quell’istante davanti a te stanno due scelte: o smettere di correre o continuare a farlo stringendo i denti cercando di dimenticare la fatica e il dolore…

“Amo correre. E’ una cosa che adoro. Prima di uno spettacolo se c’è un briciolo di tempo, metto ai piedi le mie scarpe da ginnastica e mi metto a correre…”

Quello è il momento più brutto, il più nero, il più duro… e allo stesso tempo in un istante può trasformarsi in quello più bello ed entusiasmante. Lo fa quando decidi: “Nossignore, io non mi fermo. Sverrò qui in mezzo alla strada, ma, cara vocetta nella mia testa, io non mi fermo!”

 

E sapete qual’è in quell’istante la sensazione più euforica di tutte? Quella più meravigliosa e liberatoria?

 

La sensazione più bella è quella di sapere che quello che stai facendo NON ha senso alcuno, NON ha pressoché alcuna utilità pratica… Certo è utile per la tua salute, il cuore, il controllo del peso – direbbe un allenatore… ma alla base resta il fatto che non stai costruendo un edificio, eseguendo un intervento a cuore aperto o tenendo un convegno di geopolitica… NON stai facendo niente che abbia anche lontanamente un senso logico o un’utilità economica di qualche tipo… stai semplicemente correndo come uno scemo attorno a un isolato per decine di volte.

 

La sensazione più bella è proprio quella di combattere, di non desistere, di andare avanti comunque, di lottare senza trofei o applausi… anche se non esiste un senso, anche se nessuno ti aspetta al traguardo dato che forse un traguardo neanche c’è…

 

«Non ce la faccio più! Basta! Fermiamoci! Fermiamoci solo per un secondo!» esclama la voce.
«Non se ne parla!» sussurro a me stesso con un filo di fiato.

 

Eccolo il senso di quello che faccio.

 

Stiamo vincendo o stiamo perdendo? Dio solo lo sa.
Ma stiamo lottando e non smetteremo di farlo. Non se ne parla.
Corri, Forrest, corri!

 

“Molte persone hanno dimenticato dove risieda la vera felicità.
Essa non sta nelle cose materiali, essa non si trova nelle gratificazioni personali. La vera felicità risiede nell’orgoglio per le battaglie che si combattono. La vera felicità non è vincere. La vera felicità è continuare a lottare”

M. Gandhi

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

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