Dio questo non lo vuole

Quindici anni fa. Mostar.

 

Ramisa ha gli occhi bianchi. Le sue iridi sono bianche. Le pupille bianche… E lei è perfettamente cieca. La piccola stanza dell’ex-caserma dell’esercito jugoslavo nella quale ci accoglie è spoglia, ma accogliente. Lei e la figlia, Medina, hanno cercato di ricreare il calore della loro piccola casa distrutta durante i combattimenti. Ora quella stanza e le loro poche cose sono tutto quello che rimane dello loro vite. Niente più figli né figlie, niente più mariti o fratelli. La guerra ha spazzato via tutto.

 

Il copione è sempre lo stesso. – Dio Santo! – ormai l’ho vissuto così tante volte che quasi mi meraviglio del coraggio con il quale affronto quello che è diventato un momento obbligatorio, inevitabile di questo nostro viaggio in terra di Bosnia.

 

Ramisa, con accanto la figlia che le “presta” i suoi occhi e le descrive tutto quello che avviene, afferra un grosso album fotografico. Non è la prima. L’hanno fatto tutti quelli che abbiamo incontrato. «Questo è mio figlio… Questo è il matrimonio di mia figlia e questi i miei nipotini… Questo è mio marito…». Poi una pausa. Gli occhi le si fanno lucidi e io so già quale sarà la sua prossima battuta. Due sillabe, sempre le stesse. Un lungo respiro e poi: «Nema… Non c’è più» Il dito passa da una foto all’altra ripercorrendo come in un sentiero a ritroso gli scatti che la donna ci ha appena mostrato: «Nema – Non c’è più… Anche mio figlio… Nema, non c’è più… e i miei nipotini… Nema»

 

Un’infinita serie di «Nema»

 

È tardi e dobbiamo andare. Racconto a Ramisa che sto raccogliendo un po’ di storie e che vorrei farne uno spettacolo… Ma non sono ancora sicuro di riuscirci. Sto ancora studiando per diventare un attore… E ancora non riesco a non sentirmi in imbarazzo quando qualcuno mi chiede: «Che lavoro fai esattamente?»

“Il copione è sempre lo stesso. - Dio Santo! - ormai l’ho vissuto così tante volte che quasi mi meraviglio del coraggio con il quale affronto quello che è diventato un momento obbligatorio, inevitabile di questo nostro viaggio in terra di Bosnia…”

Sto per alzarmi. Davanti a me sul tavolo un’enorme tazza di caffè turco. Sul fondo la mezza luna e la stella. Vedo la mano di Ramisa stringere l’avambraccio della figlia e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Vuole che lei l’aiuti a mettersi in piedi.

 

Resto di sasso mentre l’anziana donna si alza con enorme fatica sulle gambe magre e sottili. Non peserà più di una trentina di chili, vestita di una tunica rosa spento, un velo azzurro a circondarle la testa e quegli occhi che guardano nel vuoto senza vedere. Io le sto davanti in uniforme scout, un piccolo rosario come nodo al fazzolettone e un crocifisso di metallo argentato appeso alla cintura… Una croce anche nel distintivo cucito sul taschino della camicia azzurra. Siamo scout e siamo cattolici – questo Ramisa lo sa bene così come sa che a sterminare la sua famiglia sono state truppe paramilitari croate. I soldati più giovani – ci racconta – li mandavano in battaglia con il rosario al collo. Urlavano che Gesù voleva tutto questo. Era la Madonna a chiedere loro di uccidere tutti gli infedeli musulmani.

 

Mi si stringe lo stomaco.

 

Ramisa prende le mie mani nelle sue. I suoi gesti sono pacati e misurati, quasi si trattasse di un rito. Alza le braccia verso l’alto cercando a tentoni la mia testa. Con dolcezza appoggia le mani sulle mie tempie facendomi abbassare. Poi appoggia la sua fronte alla mia e chiude gli occhi.

 

Parla sottovoce. La figlia traduce.

 

«Torna a casa e racconta queste brutte cose… Racconta cosa la guerra ha fatto a tutti noi. Il Dio è sempre lo stesso. Tu lo chiami in un modo e io in un altro, ma Lui, qualunque sia il suo nome, queste brutte cose non vuole. Non le hai mai volute. Dio non è questo.»

 

•••

 

Ad oggi oltre 125 imam hanno firmato una lettera indirizza al leader dell’ISIS Al-Baghdadi per condannare fermamente le violenze compiute in nome dell’Islam definendole contrarie ai principi del Corano ricordando che sono la pace, la tolleranza, la misericordia e la fratellanza i principi fondamentali su cui l’Islam è fondato e nei quali ogni vero musulmano si riconosce.

 

Siamo tutti Charlie

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

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