Grazie Mara

Trovarti con il copione tra le mani, trasformarlo in una sceneggiatura e poi pensare: “Ok, siamo pronti a partire!” è forse la cosa più stupida che si possa fare. Realizzare un film-documentario è molto più complesso. Molto più difficile. La storia di questo progetto io la definirei come la storia di una valanga di imprevisti e difficoltà e dei mille sforzi fatti per superarli.

 

La mia stima per tutti i giovani film-makers è andata incredibilmente aumentando dopo questo progetto artistico. Realizzare un film-documentario è un’impresa monumentale, specie quando ti rendi conto che per il 99 per cento di quello che ti aspetta sei e sarai da solo. Puoi contare effettivamente solo sulle tue forze e spesso solo sulle tue finanze. E non tutti attorno a te saranno pronti a credere nel tuo investimento.

 

Il mondo del cinema – almeno in Italia – sembra sempre più avvantaggiare chi è già un “pesce grosso”. Nessuno ha un reale interesse nell’investire in chi non può offrire alcuna garanzia di un ritorno economico. E in questo periodo di crisi diffusa e contagiosa la nostra intera realtà è interpretabile attraverso una sorta di paradigma forzato, un aut/aut inevitabile: o produci guadagno o sei fuori dai giochi. Se avessimo voluto davvero realizzare questo documentario, avremmo dovuto farlo solo con le nostre forze. Quale concreta garanzia avremmo mai potuto offrire? Oggettivamente, nessuna.

 

Parlo al plurale non perché preso da un eccesso di vanità, ma semplicemente perché quest’avventura è stata davvero un lavoro di squadra. O meglio, un lavoro di coppia. L’arrivo sull’isola, le riprese, l’esplorazione dei padiglioni carcerari… questa è tutta “roba” divertente, stimolante, creativa. È quello che ci sta prima che rappresenta il nostro “test della perseveranza”. Superarlo, da solo, sarebbe stato impossibile, impensabile, assurdo. L’Esecutore è qui, semplicemente perché eravamo in due: io e Mara. Siamo diventati presto una squadra affiatata e decisa, ma all’inizio – e per molto tempo – siamo stati solo in due davanti a questa piccola (ma per noi gigantesca) montagna da scalare.

 

L’aiuto e il supporto di Mara, compagna sulla scena e nella vita, è responsabile quasi al 100 per cento della riuscita del progetto – considero un successo anche solo il fatto d’essere giunto alla fine della realizzazione del documentario, d’essere riuscito a scrivere “the end” al termine del montaggio.

“Mara è sempre stata una colonna al mio fianco. Sempre positiva, sempre calma e fiduciosa che le cose sarebbero andate per il verso giusto. Avrei voluto chiederle: “Perché lo stai facendo? Per cosa?”

Mara mi è sempre stata vicina e questo è stato forse il più grande aiuto che abbia mai ricevuto. Quando tutto sembrava andare per il verso storto, quando la pioggia rischiava di far perdere gran parte dei giorni di ripresa, quando il piano-costi saliva e saliva e saliva, quando tutto sembrava cospirare contro la realizzazione anche del primissimo ciak, Mara è sempre stata una colonna al mio fianco. Sempre positiva, sempre calma e fiduciosa che le cose sarebbero andate per il verso giusto. Avrei voluto chiederle: “Perché lo stai facendo? Per cosa? Non sono in grado di offrirti alcuna garanzia… Il tuo personaggio non dice neppure una battuta… Certo è presente, ma è come se fosse una sorta di strano fantasma che si aggira tra i corridoi del carcere. Non posso offrirti denaro, non posso garantirti alcuna notorietà (“io non sono nessuno” – gli amici hanno ragione)…

 

Eppure Mara non ha mai mollato. Mai. Neppure una volta.

 

Ricordo bene la decisione nei suoi occhi, quello sguardo tra il serio e il severo, mentre davanti a me che le dicevo: “Basta! Lasciamo stare! Ma chi ce lo fa fare!”, lei rispondeva senza alzare mai la voce: “Non pensarci neppure un secondo. Andiamo avanti”. Fosse stato per me, forse avrei mollato tutto molto prima; era il vederla mettere ogni giorno un altro soldino sul tavolo verde di quella strana partita a poker a spingermi a dire: “Fosse anche solo per tutto quello che lei ha fatto, io non posso mollare!”

 

Me la ricordo a cucinare a notte tarda per il resto della troupe. Oppure intenta a fare da “camera aggiuntiva” durante le riprese. Mara si è occupata di permessi, costumi, piano-costi, ricerche… e allo stesso tempo ha offerto la sua professionalità di attrice.

 

Al termine delle riprese, mentre il resto della troupe cadeva sfinito sul letto, Mara, sola, si preoccupava che per il giorno dopo tutto fosse in ordine. Più di una volta mi sono domandato da dove le giungesse quest’energia, ma a oggi non ho trovato una risposta. Quest’immagine di lei incurante della fatica e della stanchezza mi riempie di una strana tristezza e allo stesso tempo di un velo di rabbia pacata, di silenziosa indignazione di fronte alle dinamiche insite in questo lavoro e alle difficoltà che tanti colleghi condividono nello svolgimento della loro professione.

 

È inutile pensare ora a quanto sia ingiusto il mondo della cultura o della produzione artistica, almeno nel nostro Paese, quanti soldi pubblici vengano spesso sprecati, buttati al vento per finanziare progetti senza valore e quanti giovani artisti (tanti, tantissimi!) dotati di reale passione e amore per quello che fanno, vengano lasciati a se stessi, ignorati, sfruttati. Non mi meraviglia scoprire che gli ascolti delle grandi emittenti vadano progressivamente calando. È normale che sia così. È come stupirsi della “fuga di cervelli” all’estero. Fino a quando anche il mondo della cultura sarà legato a meccanismi clientelari in una sorta di strano “baronato” che non vede, se non in rarissimi casi, premiato il talento e la creatività, allora la tv o il cinema italiano (o almeno una parte di essi) andranno sempre più perdendo ascolti. Potrai avere anche budget milionari, ma quando manca la passione e l’amore per quello che fai, il risultato è sempre scadente e vuoto, nonostante le possibilità di mezzi e risorse. Farai intrattenimento, ma difficilmente farai cultura.

 

Noi non ci siamo arresi. Siamo andati avanti!

 

Devi andare avanti. Non hai altra scelta. Perché? Perché il dolore di avere gettato la spugna, di aver lasciato perdere e di essersi dati per sconfitti è diecimila volte maggiore del tentare e fallire. Se mollo tutto – mi dicevo – starò certamente meglio… ma solo all’inizio. Quando la fatica se ne sarà andata, la consapevolezza d’essersi dati per sconfitti sarà una spina molto più dolorosa, molto più persistente di qualsiasi sfida o fallimento.

 

La mia gratitudine non sarà mai sufficiente a restituire a Mara tutto quello che ha fatto per me. Mai.

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

No Comments

Post a Comment

X