I Daini di Birkenau

Eccola lì davanti a me la scritta con la “B” rovesciata: “Arbeit macht frei” – “Il lavoro rende liberi”. Era questa la promessa fatta ad ogni prigioniero del campo di sterminio più famoso del mondo. Il lavoro vi renderà liberi – ricordatelo! L’unica cosa che davvero lo avrebbe fatto, sarebbe stata la lunga ciminiera di un forno crematorio.

 

All’interno del campo visitiamo le celle e i vari blocchi trasformati ora in stanze di museo. Ognuno di noi ha come un mattone sullo stomaco, ma è un mattone al quale da un certo punto di vista sei preparato. È qualcosa che riesci ad immaginare. È qualcosa che ogni film sull’Olocausto ha tentato di trasmetterti e in fondo c’è pure riuscito. È brutta, è triste, ma il libro di storia già te l’ha fatta vedere centinaia di volte la foto con migliaia di scarpe ammucchiate. Ora che ce le hai davvero davanti, la cosa fa impressione, ma il tuo cervello non fa altro che confermare a se stesso l’informazione che una foto gli aveva trasmesso tempo addietro.

 

«Oggi pomeriggio visiteremo Auschwitz-Birkenau, il Secondo campo di sterminio del complesso. Oggi pomeriggio sarà tutto differente»

 

«In che senso differente?» – domando io a Lorenzo, uno degli organizzatori. Forse stanno esagerando – penso tra me con una punta di presunzione. Dopo Sarajevo, Srebrenica e Rwanda, credo di avere abbastanza “pelo sullo stomaco” per queste cose.

 

«Non riesco a spiegarti a parole quello che si prova dentro Birkenau. Devi vederlo con i tuoi occhi. Non ho mai visto niente del genere…» – mi risponde gentile Lorenzo. «So che sembra un’esagerazione. Ma ti giuro… Non esiste niente come Birkenau»

 

L’autobus che ci trasporta impiega meno di 10 minuti da Auschwitz Campo Base a raggiungere il campo di Auschwitz-Birkenau. È pomeriggio e la giornata è gelida e serena.

 

L’imponente edificio che rappresenta l’ingresso si stende come un’enorme ombra nera con una larga bocca centrale. Il gruppo scende dall’autobus e in silenzio s’incammina.

 

«Come sta andando?» – chiedo a me stesso. «Tutto bene» – mi rispondo con sollievo. Ancora niente in fondo allo stomaco. Niente di ché: anche questa immagine è conosciuta ed è quella di migliaia di foto viste su libri di storia e siti web. Il sottile binario si dirige verso l’ingresso. Noi seguiamo pressoché lo stesso percorso dei carri bestiame utilizzati per condurre all’interno decine e decine di migliaia di ebrei.

 

Siamo dentro. Il vento gelido taglia le gambe.

 

E poi eccolo. E poi arriva. Come una carezza che si trasforma in un colpo così forte da annebbiarti la vista. La vista però rimane nitida. È solo il tuo cuore che sta cominciando a battere più veloce. Lo stomaco si stringe e le pupille si dilatano.

 

Mi volto a destra. Un profondo fossato e poi una recinzione sulla quale si apre una delle sezioni del campo. Delle baracche rimangono solo i comignoli di piccole stufe utilizzate per il riscaldamento interno.

 

Il problema? Io non riesco a vederne la fine. Le piccole ciminiere si perdono all’orizzonte. E non c’è foschia, la giornata è serena, gelida e tersa.

 

Io non riesco a vedere la fine delle baracche. Per quanto mi sforzo non riesco a vedere la fine del campo.

 

«Nei progetti del Terzo Reich questo che vedete rappresenta solo un terzo dell’estensione che si voleva raggiungere» – continua la guida.

 

Sullo sfondo la sagoma indistinta delle macerie dei 4 enormi forni crematori con camera a gas annessa. La lucida follia, l’ammirevole logica, l’impressionante efficienza della fabbrica della morte più grande del mondo toglie il fiato. Tutto era stato pensato, realizzato e messo in opera per uccidere persone e distruggere cadaveri nel tempo più breve possibile. E la macchina funzionava e funzionava bene.

 

«Solo parte degli ebrei presenti a Birkenau erano effettivamente destinati al lavoro. La maggior parte erano come pecore in attesa di essere macellate. Aspettavano semplicemente il loro turno» – continua Diego, la nostra guida.

“L’imponente edificio che rappresenta l’ingresso si stende come un’enorme ombra nera con una larga bocca centrale. Il gruppo scende dall’autobus e in silenzio s’incammina…”

Ci dirigiamo in silenzio verso il blocco 32. Ne rimangono solo poche parti in mattoni. Questo era l’ufficio del Dottor Mengele, l’angelo della morte, incaricato dal Terzo Reich di scoprire i meccanismi che portano alla nascita dei gemelli. Lo stesso Mengele ne uccise a centinaia attraverso iniezioni di fenolo al cuore.

 

Il gruppo è devastato. Con la coda dell’occhio vedo una ragazza che si asciuga gli occhi con la manica della giacca a vento. Gli altri se ne stanno immobili guardando fisso davanti a sé.

 

All’improvviso un lampo bianco alla nostra sinistra. Mi giro di scatto. Oltre il filo spinato a circa 30 metri da noi un piccolo branco di daini. Saranno una decina. Il manto di un marrone chiaro, il musetto nero e le piccole macchie bianche sul dorso dei più giovani.

 

Se ne stanno tranquilli a brucare erba in mezzo a quello che rimane delle baracche. Sono arrivati correndo ed ora tutti insieme sono a pochi metri da noi guardandoci curiosi e scuotendo le orecchie. Non appaiono spaventati.

 

Tutto il gruppo si desta. Tutti quanti. Ragazzi e ragazze, giovani e adulti. Il volto di tutti si accende di un bel sorriso. Gli occhi si illuminano: «Guarda!» esclama una ragazza. Sorridiamo tutti come bambini e all’improvviso non siamo più lì. Il gruppo rimane in silenzio rapito da quella vista così in contrasto con l’orrore di quanto ci circonda.

 

I daini se ne stanno davanti a noi. Sono bellissimi. Sono la cosa più bella del mondo. E io non so spiegarne il perché. Anche adesso mentre scrivo sento gli occhi bagnarsi di lacrime. Appaiono così in pace, niente di tutto questo li tocca. Questa non è la loro storia. Questa è la nostra Storia. Questa è la Storia dell’Uomo. Questa è la nostra vergogna non la loro.

 

In mezzo a quell’orrore era come se quegli occhi non umani guardassero i nostri e ci rispondesse con un tenero sorriso. E in fondo a quel sorriso stava solo una domanda, così banale, schietta e disarmante da trasformare la nostra angoscia in lacrime. E la domanda è: «perché?»

 

Perché siamo stati capaci di fare tutto questo?
Perché?

 

•••

 

Gli animali che vivono una vita semplice e libera non muoiono di fame, fra loro non si trovano ricchi e poveri, chi mangia molte volte al giorno e chi non ha da sfamarsi; queste differenze esistono solo in mezzo agli uomini.

 

E tuttavia continuiamo a crederci superiori agli animali.

M.K. Gandhi

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

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