La bicicletta di Matthes (parte 2)

(Parte 2 di 3)

 

Matthes e la sua nuova bicicletta diventano inseparabili. La sensazione di libertà, il vento tra i capelli e i moscerini negli occhi. Matthes percorre le strette strade secondarie che si dipanano come un labirinto nel suo complesso residenziale. Gli altri bambini lo guardano con invidia. In quelle infinite missioni Matthes cerca tesori e reliquie: monete, tappi di bottiglia, sassi colorati.

 

Matthes è un giovane pioniere della Repubblica Democratica Tedesca: un gruppo giovanile la cui partecipazione è obbligatoria. Foulard azzurro al collo, campi estivi, il tutto condito con un lavaggio costante del cervello per imparare ad essere buoni socialisti. Per il partito siamo pronti a combattere, per difendere la nostra patria siamo pronti a versare il nostro sangue. Parole pesanti come il piombo, ancora più pesanti se a pronunciarle è un ragazzino di 13 anni. A Matthes quei momenti non piacciono. Non piace che gli si dica che quelli che vivono dall’altra parte sono cattivi. Imperialisti guerrafondai, sfruttatori, ladri, nemici del popolo. Matthes ha una zia che vive a Berlino Ovest e Matthes non capisce perché lei dovrebbe essere chiamata “nemico”.

 

Il giorno della sua iniziazione: quando un giovane pioniere diventa un membro della FDJ, la libera gioventù tedesca, Matthes riceve un altro regalo. Niente a che vedere con la bicicletta rossa. Questo nuovo regalo è più complesso, più difficile da usare, ma a Matthes piacciono tutti quei piccoli bottoni e ghiere numerate. E’ una vecchia macchina fotografica d’occasione. E’ la zia dell’Ovest a regalargliela. Una vera macchina fotografica.

 

«Devi solo imparare come si usa» gli dice suo padre. A scuola Matthes scopre che esiste un corso di fotografia che nessuno frequenta. E’ la sua grande occasione. Un docente e quattro allievi: 3 annoiati a morte ed uno invece che sembra avere il fuoco in corpo: si chiama Matthes e vuole sapere come usare la sua macchina fotografica.

 

I mesi passano e Matthes diviene sempre più bravo. Immortala in centinaia di foto tutto quello che lo circonda. Il docente del suo corso di fotografia è così orgoglioso di quel ragazzino con la passione per la fotografia, l’unico in così tanti anni che abbia dimostrato un briciolo di interesse verso obiettivi, lenti, camera oscura e via dicendo.

 

Matthes fotografa ogni cosa: gli amici, la sua bicicletta rossa, le gite in campagna presso la loro piccola Dacia, la microscopica casetta in campagna dove passare le ferie… ma la sua ossessione è un’altra. C’è una cosa che vorrebbe immortalare più di ogni altra ed è l’unica che a Berlino Est nessuno può fotografare. Anche solo il gesto di estrarre una macchina fotografica lì vicino può farti finire in un mare di guai, guai seri davvero.

 

L’ossessione di Matthes di chiama Mauer, il Muro. Tre metri e sessanta di altezza per uno spessore di circa 45 centimetri. Lo chiamano Muro di Quarta generazione. Ce ne sono state altre tre di generazioni in passato, ma quella di Matthes è l’ultima, l’orgoglio del partito. Lo chiamano Mauer ’75 in onore dell’anno della sua costruzione, il 1975. Enormi blocchi in cemento armato con anima in grosse aste d’acciaio e una strana forma ad “L”. Nella sua semplicità il Muro è un piccolo prodigio della tecnica. La forma ad “L” impedisce ad un mezzo pesante di abbatterlo. Il muso di un camion colpisce il muro e la strana “L” si inclina permettendo alla sua base di sollevare da terra le ruote motrici. La corsa del mezzo pesante è già senza successo ancora prima di premere l’acceleratore.

 

Matthes però quel Muro, il vero Muro, lo vede solo da lontano. Per chi come lui vive a Berlino Est il Muro, quello con la “L” maiuscola che tutto il resto del mondo conosce, è solo l’ultima della barriere che separano i cittadini di Berlino Est dalla libertà. La barriera interna, la rete allarmata, le torrette di guardia, i cani da guardia, i cavalli di Frisia, il fossato anticarro e poi il Muro vero e proprio.

 

L’ossessione di Matthes inizia in quel momento. Matthes vuole solo una cosa: vedere che cosa si nasconde dall’altra parte. Nessun palazzo infatti è sufficientemente alto per accedervi e vedere oltre e nessun palazzo sufficientemente alto resta ancora a ridosso del muro: tutti gli edifici che potevano ostruire la vista o rappresentare un nascondiglio per potenziali fuggitivi sono stati demoliti dal governo della DDR.

 

Matthes afferra la sua piccola macchina fotografica, inforca la bicicletta e si mette a pedalare in direzione del Muro. Matthes cercherà un buco nel Muro, un varco, un passaggio per raggiungere l’altra parte della città, Berlino Ovest. «Un buco in un Muro così grande deve pur esserci!» esclama tra sé e sé Matthes.

 

La bicicletta rossa sfreccia veloce tra i palazzi grigi di Berlino Est. Il quartiere di Neukölln è uno dei più poveri e nessuna iniziativa del governo è mai riuscita a rendere il quartiere di Berlino Est anche solo un briciolo più accogliente.
Le ginocchia sbucciate e le scarpe ricoperte di polvere, Matthes pedala veloce. Il rumore delle ruote sull’asfalto della strada. Un angolo e poi un altro. La sua scuola e poi la strada prosegue dritta davanti a lui. Sul fondo una macchia bianca alta poco più di due metri e un cartello con la stessa scritta in tedesco, inglese, francese finanche il russo: “Limite invalicabile”. Eccola lì la barriera che tutti chiamano Muro e Muro non è la parola giusta. Il Muro è un intero ecosistema di barriera, trappole, ostacoli con un solo scopo: annientare chiunque cerchi di giungere dall’altra parte.

 

La gara di Matthes ha inizio. Pedalerà fino alla fine di quel Muro maledetto. Un ragazzino di tredici anni contro un Muro altro più di tre metri.
«Ci dovrà essere un buco prima o poi!»

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

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