Li facciamo entrare?

È la terza volta che siamo in carcere. È la terza volta che l’alto cancello in ferro di una casa circondariale si apre. La nostra auto carica di materiale entra all’interno e una serie di telecamere comincia a seguire ogni nostro spostamento.

 

Il carcere mi rende nervoso. Dovrei cominciare a percepirlo come un ambiente leggermente più conosciuto (l’aggettivo “familiare” sarebbe comicamente fuori luogo)… eppure – non c’è niente da fare – appena entriamo all’interno, comincio a sentire il cuore che batte più velocemente, la bocca si asciuga e le tempie si coprono di piccole gocce di sudore.

 

Chiediamo informazioni a una prima guardiola. Alle spalle di una coppia di agenti c’è un piccolo televisore. In replica danno un reality televisivo. L’audio del piccolo apparecchio rimbomba nell’androne.

 

«Perché hai deciso di fare l’attrice?» chiede la conduttrice dai capelli biondo platino a una ragazza appariscente con un rossetto vistoso sulle labbra. «Perché voglio sfondare nel mondo dello spettacolo! Voglio diventare un’attrice importante! Voglio diventà famosa, Maria!». Il pubblico della trasmissione applaude rumorosamente.

 

Mara mi tira per un lembo di camicia. Dobbiamo muoverci: siamo in ritardo. Trasportiamo le casse e il pesante amplificatore attraverso un piccolo cortile interno, mentre alcuni volti maschili ci guardano da dietro finestre dotate di sbarre e rete metallica. Sono uomini e i loro sguardi vanno soprattutto a Mara. Sguardi diretti e primitivi. Ad accompagnarci è Daniela, responsabile delle attività culturali e formative. Occhi scuri pieni di vita, Daniela ci tranquillizza: «Vedrete! Andrà tutto bene!».

 

Ad ogni porta dotata di sbarre una telecamera si accende, inquadra i nostri volti e la serratura scatta permettendoci di avanzare di corridoio in corridoio.

 

La piccola chiesetta è spoglia e la temperatura è calda. Davanti a noi stanno quattro file di panche di legno. Alle nostre spalle un piccolo altare con una foto di Papa Francesco incorniciata. Di lato un organo elettrico e un leggio. Procediamo in silenzio al montaggio. Un agente della polizia penitenziaria segue il nostro operato dall’inizio alla fine.

 

E poi arriva la frase fatidica. Una frase che ad oggi abbiamo sempre sentito pronunciare identica. Luciano, l’agente che ci sta coadiuvando, ci chiede con chiaro accento partenopeo: «Li facciamo entrare?».

 

Noi rimaniamo in silenzio.
«Siete pronti? Li facciamo entrare?».

 

Mi è difficile spiegare la strana sensazione di quel momento. È un misto di agitazione e ansia resa ancora più pungente da quella particella pronominale: “li”, dal generico riferirsi ai detenuti come a “loro”.

 

«Allora?! Li facciamo entrare?» chiede severo Luciano.
«Sì, siamo pronti.» sussurro io sempre più nervoso.

 

«Collega,» urla Luciano ad un altro poliziotto. «Fai scendere i primi.»

 

Una serie di porte blindate si apre in successione ed ecco il primo blocco di detenuti. Sono silenziosi e la loro età è quanto mai varia. Alcuni giovanissimi altri molto molto più vecchi. Si siedono composti sulle panche.

 

«Fai entrare le donne» urla una voce dal fondo.

 

A fare il loro ingresso sono ora detenute femmine. Stesso divario di età. Il gruppo delle donne è più silenzioso. Da quello dei maschi partono occhiate dirette ad ogni parte del corpo femminile tranne che al volto. Lo sguardo dei più giovani cade su petto, fianchi, sedere e cosce. Mara è in imbarazzo. Io li capisco. Qualunque uomo li capirebbe.

“La piccola chiesetta è spoglia e la temperatura è calda. Davanti a noi stanno quattro file di panche di legno. Alle nostre spalle un piccolo altare con una foto di Papa Francesco incorniciata. Di lato un organo elettrico e un leggio…”

«Vai con il terzo piano.» – esclama ora Luciano.

 

«Che cos’è il terzo piano?» chiedo a Daniela.
«”Sexual offenders” li chiamerebbero negli Stati Uniti.» risponde Daniela, gentile e sicura «Crimini sessuali. Qui dentro vengono considerati come feccia. Vedi quel ballatoio lassù?» mi chiede Daniela indicando una sorta di terrazzamento che corre sulla parete di fondo.

 

«Prima dovevamo tenerli là. Non potevamo metterli a contatto con gli altri. Il lavoro è stato lungo, ma ora se ne stanno tutti insieme! Siamo riusciti a far capire agli altri detenuti che si tratta di persone che hanno sbagliato e che meritano comprensione!»

 

Lo spettacolo inizia e poi si conclude.
Vedo un uomo – ha la stazza di un armadio – alzarsi dalla sua panca in legno e asciugarsi gli occhi. La platea applaude educatamente. I detenuti si alzano e si allontanano verso il corridoio che li riporterà nelle celle. Un nutrito gruppo di agenti segue in silenzio questa operazione.

 

«Avete fatto loro un bel regalo!» ci dice Daniela.
«Qualcuno di loro si è pure commosso.» aggiunge Luciano.

 

Sono felice di quanto dicono, ma i complimenti in questo caso non hanno molta importanza. Quello che importa sono i volti. Tra loro c’erano ragazzi così giovani, molto più giovani di me. Daniela ce ne aveva parlato durante i preparativi: «Tanti vengono distrutti dalla droga. La droga li trasforma. Quando poi sono qui dentro e non possono più “farsi”, li vedi cambiare. È come se si risvegliassero… e sotto trovi persone così fragili e sensibili… Se solo avessimo più risorse, potremmo fare tanto di più. Grazie a Dio ci sono persone come voi che dedicano parte del loro tempo a queste persone. Si tratta solo di un impegno volontario, perché di soldi per pagarvi non ce ne stanno!»
«Non lo avremmo mai fatto per soldi!» esclama Mara.
«Lo so.» sorride Daniela.

 

Usciamo dal carcere come al solito confusi e atterriti.
Ripenso ai volti dei detenuti più giovani.

 

Poi ripenso alla ragazza del reality.

 

«Perché hai deciso di fare l’attrice?»
«Perché voglio sfondare nel mondo dello spettacolo! Voglio diventare un’attrice importante! Voglio diventà famosa, Maria!»

 

Lei nello studio di un reality di fronte a qualche decina di milioni di spettatori incollati allo schermo.
Noi appena fuori da un carcere con la gente che ci guarda strano.
Ma sapete una cosa?

 

Non farei a cambio con lei neppure per tutto l’oro del mondo.

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

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