Mandali tutti al diavolo

Nella mia mano destra la custodia rigida della chitarra, in quella sinistra un borsone verde-scuro pesante come il piombo: all’interno cavi, mixer e microfono, sulle spalle uno zaino scout con vestiti, pigiama e spazzolino.

 

Questa è stata la mia vita per quasi 7 anni, poco più che ventenne. Su e giù da un treno in una perenne traversata in solitaria della penisola senza soluzione di continuità. Lo spettacolo era il primo di quello che sarebbe diventato negli anni un repertorio: “Le Donne di Pola”, monologo-testimonianza sulla mia personale esperienza di volontario in terra di Bosnia.

 

Ora, se il copione dello spettacolo poteva cambiare da una serata all’altra, quello infinito di partenze e arrivi rimaneva sempre lo stesso: zaino in spalla, corse a perdifiato per non perdere un treno e poi la speranza di trovare all’arrivo il modo di raggiungere la location prefissata per lo spettacolo.

 

•••

10 anni fa. Periferia di Milano, novembre inoltrato. Il luogo programmato è un Circolo Arci sperduto in un gigantesco quartiere residenziale alle porte di Cinisello Balsamo. Dalla Stazione di Milano Centrale prendo la metro, un secondo treno urbano, poi un autobus, ma alla fine il Circolo è qui davanti a me.

 

L’apertura del locale è una bocca più chiara illuminata da una fila di neon che si apre su di un muro ricoperto di graffiti. Spingo in avanti la porta facendo leva con la custodia rigida della chitarra fino ad aprire a sufficienza e far passare il borsone su ruote.

 

Sono sudato fradicio e sfinito.

 

Ritorno in sala.
Sento lo stomaco stringersi come se qualcuno lo afferrasse con la mano.
Il salone è perfettamente vuoto.

 

Non proprio.
In platea sta seduto un vecchietto. Avrà su e giù un’ottantina d’anni.
Cappello in testa e mento appoggiato al bastone che tiene davanti a sé.
Siamo le uniche due persone presenti in tutta la sala.

 

Ore 21:15 – inizio il mio spettacolo.
Totale spettatori presenti in platea: 1.

 

Dei minuti successivi i ricordi sono confusi e annebbiati. Era come essere un disco che ripete una lunghissima serie di battute imparate a memoria. Da fuori il vociare sempre più forte degli avventori del bar, alternato a urla e fischi per la partita che un folto gruppo di tifosi sta seguendo nel maxi schermo accanto al bancone.

 

Le parole continuano ad uscirmi di bocca quasi fossi un automa.

 

Ma è verso il termine che inizia il fischio: lungo e acuto come il feedback di un microfono che entra in risonanza con le casse.

 

M’interrompo un istante, chiedendo scusa al mio unico spettatore ottuagenario.
Il fischio continua. Penetrante e sottile come una lama.

“Ritorno in sala. Sento lo stomaco stringersi come se qualcuno lo afferrasse con la mano. Il salone è perfettamente vuoto…”

All’improvviso dalla platea sento il russare del vecchio.
La testa buttata all’indietro sullo schienale ed il bastone appoggiato di lato su uno dei tanti posti a sedere vuoti. Lo strano sibilo è quello del suo apparecchio acustico in risonanza.

 

Solo qualche istante e la porta della sala si apre. Una donna alta e corpulenta, dai lineamenti dell’Europa dell’Est si avvicina all’anziano. «Andiamo» – gli dice con chiaro accento straniero.

 

Il vecchietto si alza e infermo sul bastone esce dalla sala.

 

Rimango da solo. Guardo la platea ora perfettamente deserta.
Prendo un lungo respiro e continuo lo spettacolo.
Venti minuti dopo termino il mio lavoro. Pronuncio le ultime battute del copione e per un istante che dura un’eternità resto a guardare una platea totalmente vuota. Io e nessun altro. Nessuno si era fatto vivo neppure tra gli organizzatori.

 

Sento le lacrime riempirmi gli occhi. Premo con le dita sopra le palpebre per ricacciarle indietro.

 

«Stringi i denti e vai avanti. Mandali tutti al diavolo e vai avanti!» – diceva Osman, ex soldato serbo che aveva deciso di disertare quando gli avevano ordinato di ammazzare i suoi vicini di casa musulmani. «Mandali tutti a fare in c*** e vai avanti! Se sai che stai facendo la cosa giusta, devi andare avanti!».

 

Sorrido e mi inchino di fronte alla platea deserta.
Penso al barista, al fantomatico “Gianni-l’organizzatore” e a tutte le persone al bar che neppure sanno che sono qui per loro. E poi penso ad Osman.

 

Raddrizzo la testa.
Sorrido e mi inchino di nuovo.
«Stringi i denti e vai avanti. Vai avanti!»

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

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