Pronto a deludere tutti

La strada che ho scelto di percorrere, quella che alcuni definiscono con il termine “teatro civile”, “spettacolo d’inchiesta” o Dio sa come!, ha deluso tanta gente. Penso ai miei parenti o al mio agente… È come se in un certo senso tu tradissi le aspettative e la fiducia di qualcuno. Vorrebbero vederti lì sul piccolo schermo in una bella fiction nazional-popolare, di quelle che fanno tanti ascolti, che portano tanti bei soldini a tutti quanti e che ti obbligano a girare con gli occhiali da sole per non essere riconosciuto. È una gran bella strada – non c’è che dire! – fatta di luci sfavillanti, colori ipersaturi, in cui tutto sembra facile, a portata di mano. L’asfalto è nuovo di pacca e la macchina corre veloce.

 

All’improvviso afferri il volante e imbocchi, senza che nessuno se lo aspetti, una strada secondaria, buia, fangosa, dimenticata da tutti. Il piccolo schermo: questo è il sogno nel cassetto della mia buona nonnina e di gran parte dell’entourage familiare… Conosco bene quello sguardo che sembra dire: “Certo, certo! Quello che fai è importante… Ma sai quale gioia e orgoglio nel vederti in prima serata lì, in quella bella scatola che illumina ogni sera il salotto?”

 

Mi sento come un ragazzino che nessuno riesce a vedere capace di scelte personali e ponderate. Credevo che questa maledizione fosse solo la mia… Poi incontri altri attori, altri artisti (anche di tanti anni più vecchi di te) e ti scopri in numerosa compagnia, mentre davanti a una birra ognuno butta sul tavolo gli aneddoti di quella bella schiera che un collega definisce “felici perdenti agli occhi del mondo”.

 

Un bel ruolo in una bella fiction! Di quello sì che si dovrebbe essere orgogliosi! Vuoi mettere raccontare testimonianze di pace in teatro o una storia che faccia riflettere sul tema della pena capitale e un ruolo nel cast della prossima saga di forze dell’ordine? Questo paragone è ancora oggi capace di ferirmi. So che il tempo mi renderà più forte e indifferente… ma è oggettivo, innegabile… ciò che appare in quella piccola scatola ha davvero valore… il resto non conta.

“Mi dispiace non aver realizzato i vostri sogni. Non avrò realizzato i vostri, ma non ho dimenticato i miei. Questa è l’unica cosa che conta…”

Poi ti arriva l’e-mail di una ragazza che ti ringrazia dicendoti che quella storia di coraggio dalla tragedia della ex Jugoslavia non la abbandonerà mai più, ti scrive l’insegnante che vuole condividere con te il tema di un giovane spettatore, ti scrive il vecchio sacerdote che con la Marcia dei 500 c’era davvero a Sarajevo. Ti scrive la giovane donna sfuggita insieme a madre e figlia al genocidio di Srebrenica. Ti scrive chi si è commosso di fronte alle immagini del documentario. Chi ti confessa: “Pena di morte? Ora la penso in modo diverso”. Ti scrivono uomini, donne, ragazzi e ragazze per condividere con te qualcosa che è sempre un po’ imbarazzante e privato: un sincero “grazie”.

 

Ormai quest’automobile è troppo carica; troppa energia, troppe risorse sono state investite, troppe difficoltà sono state affrontate per afferrare ora il volante e fare una bella inversione a “u”. Non si torna indietro. Volenti o nolenti, spaventati o coraggiosi, si deve andare avanti. Mi dispiace per non aver soddisfatto le vostre aspettative, per non scrivervi dal camerino di uno studio televisivo o dal camper di una produzione cinematografica, ma dallo spogliatoio di fortuna ricavato nel deposito attrezzi di una stalla (questa sera recitiamo in una fattoria a tremila metri d’altezza, davanti a un pubblico in zaini e scarponi). Mi dispiace non aver realizzato i vostri sogni. Non avrò realizzato i vostri, ma non ho dimenticato i miei. Questa è l’unica cosa che conta.

 

La strada non ha alte palme che svettano in cielo, non ci sono grandi negozi, non ci sono costose boutique, belle macchine, ristoranti di lusso, non ci sono modelle che camminano come misteriosi felini su tacchi altissimi… Non c’è niente di tutto questo. Ci sono tante persone, vestite come capita; c’è Medina che vende mais per piccioni in una stradina di Sarajevo; ci sono storie; c’è caffè e vino; c’è gente che canta; c’è qualcuno che suona con una chitarra alla quale rimangono solo tre corde; c’è un vecchietto sdentato che sorride; ci sono bambini che giocano a rincorrere un cane che poi gioca a rincorrere loro; ci sono storie da Kabul, pianti da Baghdad; ci sono isole in mezzo al mare e strani ristoranti che nessuno conosce; ci sono celle e ricordi, speranze e lapidi…

 

C’è tanta, tanta, tantissima gente. Dio sa quanta! Tante persone alle quali quanti soldi tu abbia in tasca non frega un bel cavolo di niente. Tante persone per le quali tu vali nella misura in cui sei uomo, in cui sei donna.

 

Spiacente che questo albergo non abbia cinque stelle.
Questo albergo ne ha molte, molte di più.

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

2 Comments
  • Anna Maria Bulgarelli
    Rispondi

    Grazie di esistere, di dare speranza al futuro, di mostrare che si può ancora vivere credendo in valori forti di solidarietà, condivisione , pace, speranza, fratellanza….. Siete una consolazione per chi lavora in progetti di educazione. Grazie come mamma, insegnante e nonna.
    Anna Maria

    9 marzo 2017 at 12:50
  • Anna Maria Bulgarelli
    Rispondi

    Grazie di esistere, di dare speranza al futuro, di mostrare che si può ancora vivere credendo in valori forti di solidarietà, condivisione , pace, speranza, fratellanza….. Siete una consolazione per chi lavora in progetti di educazione. Grazie come mamma, insegnante e nonna.
    Anna Maria

    9 marzo 2017 at 12:50

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