Stai zitto!

La luce dei neon che illuminano la sala è fastidiosa. L’amministrazione comunale ha scelto per l’incontro la piccola biblioteca del paese. L’idea di Rossana, giovane assessora di un comune dell’entroterra emiliano, è quella di celebrare una Festa della Liberazione un po’ differente dal solito. C’è Gino, 87 anni, un vecchio partigiano che la guerra l’ha fatta per davvero e poi c’è Amir, 25 anni, libico, migrante, giunto con un barcone in Italia…

 

«Quest’incontro è importante. Sarete dei nostri, vero?» – ci chiede Rossana.
«Non siamo esperti in materia…» – mi difendo di fronte al suo invito.
«Non importa. L’importante è fare numero, mi capisci vero?» – aggiunge lei.
«Certo. Conta su di noi».

 

Una pausa e Rossana si rabbuia.

 

«Speriamo tanto che se ne stiano buoni…» – aggiunge.
«Buoni? Chi?» – chiedo io, ma Rossana mi lascia per andare a ricevere il vice sindaco.

 

Gino, 87 anni, ex-partigiano, parla. Ha chiesto di non essere invitato sul palco improvvisato. Vuole restare seduto in platea come gli altri. La sua voce è lenta e pacata, calda e buona. Gino racconta dei lunghi inverni nei boschi, dei compagni catturati dai tedeschi e fucilati. Racconta di Marzabotto e del massacro di bambini e donne. Le signore più anziane in platea si asciugano gli occhi. Anche loro ricordano la furia nazista.

 

Poi è il turno di Amir.

 

Il ragazzo libico parla un italiano stentato. Della sua imbarcazione a riva sono arrivati solo in 10 su 45. Gli altri? Gli altri sono stati inghiottiti dal mare. Amir è magro, magrissimo. Un paio di jeans scoloriti, una felpa e scarpe da ginnastica ai piedi.

 

«Quando l’ISIS è arrivato sono cominciati i massacri. Arrivavano in un villaggio e uccidevano tutti gli uomini che trovavano. Ammazzavano anche i bambini, perché sapevano che sarebbero diventati uomini. La gente fuggiva di notte. Poche cose addosso e tutti i soldi che si potevano recuperare. L’unica speranza: attraversare il mare…»

 

Amir parte con i suoi genitori. I risparmi di suo padre, contadino, i risparmi di una vita intera, avrebbero comprato la salvezza di Amir, di suo fratello Bashir e della madre. Con Amir viaggia anche Dhuha, sua moglie, e Khalida, la loro bambina di quattro anni.

 

«Quando siamo partiti il mare era grosso. Le onde erano alte. Eravamo troppo pesanti, così l’uomo al timone ha cominciato a urlare. Diceva: «Buttate tutte le cose a mare!». Ma la gente non voleva. Era tutto quello che avevamo: cibo, acqua, qualche vestito. Lo scafista ha impugnato la pistola e ha sparato due colpi in aria. Tutti hanno ubbidito.

 

«Quella è la riva!» – urlava – «Le lucette laggiù sono l’Italia. E’ solo qualche centinaio di metri a nuoto. Buttatevi in acqua!»

 

Ma le lucette non erano la costa, ma una piattaforma petrolifera in mare aperto. C’era gente che strillava. Madri che non trovavano più i figli. Chiamavo mia moglie e mia figlia, ma era così buio. Continuavo a gridare come un matto…»

 

La platea resta in silenzio.

 

«Ve la siete cercata!» – una voce esplode dal fonde. «Se stavate a casa vostra tutto questo non sarebbe successo!»

“La sua voce è lenta e pacata, calda e buona. Gino racconta dei lunghi inverni nei boschi, dei compagni catturati dai tedeschi e fucilati. Racconta di Marzabotto e del massacro di bambini e donne…”

A parlare è un giovane in calzoni scuri e camicia nera. Capelli corti e viso perfettamente rasato. Dalla tasca dei pantaloni spunta l’angolo di un enorme smartphone. Non è solo. Dietro di lui stanno alcuni ragazzi. Capelli corti, cortissimi, sguardo torvo. Ecco a chi si riferiva Rossana quando aveva detto: «Speriamo che stiano buoni».

 

«È un’invasione. Salvini c’ha ragione. Bisognerebbe mettere in piedi un bel blocco navale. Chi l’attraversa viene affondato. Stiamo diventando la discarica d’Europa. Bisogna fare qualcosa… E dato che con le buone non siamo riusciti a tenerli a casa loro, è ora di passare alle maniere forti!».

 

La platea ascolta confusa. Rossana non sa che fare. Gino, il partigiano, se ne sta seduto immobile. Sembra che dorma. Gli occhi nascosti da folte sopracciglia bianche.

 

«Mi dispiace per Abdul… Ma è un’invasione. Vengono qui per i nostri soldi, ci rubano il lavoro e se non lo trovano, ci svaligiano le case! Questa è la nostra terra, non la loro!»

 

Amir se ne resta in silenzio. Imbarazzato.

 

«Motovedette armate! Sparare! Bisognerebbe sparare!» – il ragazzo ha alzato la voce. I suoi gesti sono nervosi, convulsi.

 

Amir non parla più. Nella seconda parte del suo racconto avrebbe svelato a tutti di non aver mai più rivisto il resto della sua famiglia. In mare lui ha perso tutto, anche la sua Dhuha e la piccola Khalida, “piccola stella” era solito chiamarla quando le dava la buona notte.

 

E poi…

 

«Che c*** hai detto?»
Il pubblico si volta di scatto verso il ragazzo in camicia scura. Il giovane è furibondo; ha interrotto il suo monologo e ora squadra dall’alto verso il basso qualcuno seduto accanto a lui.

 

«Ripetilo! Dai!» continua il giovane in camicia nera rivolgendosi ad un vecchio signore, gli occhi nascosti da folte sopracciglia bianche. È Gino, il partigiano.

 

Gino non si muove e continua a guardare dritto davanti a sé. E poi: «Sta zitto!» – sussurra serafico il partigiano senza neppure guardare il giovane, le braccia conserte sul petto e quella voce pacata e calma, sicura e granitica.

 

«Oggi non è la tua festa. Oggi è la nostra Festa!»

 

E, prima timidamente, poi con sempre più energia il pubblico comincia ad applaudire.
Il volto di Amir si illumina di un timido sorriso. Rossana sorride. La gente sorride. Il ragazzo in camicia nera non sorride affatto.

 

Anche questa è la Festa della Liberazione.

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

No Comments

Post a Comment

X