Stima fratello!

«Quanto manca ancora?» è la domanda che solitamente rivolgo a Mara ogni cinque minuti quando lo spettacolo va in scena davanti a qualche centinaio di ragazzi. A dire il vero so bene quanto manca, ma sentire la sua voce che scandisce: «Ancora 40… Ancora 30… Ancora 20 minuti…» mi tranquillizza.

 

L’ansia invece monta quando alla mia domanda «Quanto manca ancora?», la risposta si assesta su di un inquietante conto alla rovescia: «10 minuti… 5 minuti… 3 minuti», fino al fatidico suono della campanella: 384 studenti entrano in sala all’improvviso.

 

I nostri spettacoli vivono da sempre una duplice vita: quella notturna dei teatri e quella mattutina della scuole. Un lavoraccio in tutti i sensi, faticoso, massacrante, ma noi ci crediamo. Fino in fondo.

 

Periferia di Monza. Istituto tecnico industriale. Ragazzi presenti in platea: 383. Ragazze: 1. La sala è ampia. I muri sono affrescati di giallo limone. Il rumore è così forte che devo urlare a Mara di alzare il master del mixer di almeno 10 dB. Vedi i prof cercare di tenere calmi i ragazzi, ma questi sono “su di giri”, eccitati di fronte alla prospettiva di avere due ore senza lezione.

 

La mia attenzione viene all’improvviso rapita da un ragazzo che entra dalla porta sul fondo. È uno degli ultimi. Jeans larghi il cui risvolto copre quasi integralmente le scarpe da ginnastica slacciate. Indossa una maglia da giocatore di basket: fondo verde pisello, numero e nome del giocatore in grossi caratteri bianchi. Sul petto penzola una catena dorata e un altro strano monile argentato. Indossa un cappellino da baseball a tesa larga e gli occhiali da sole. Occhiali dalle lenti enormi che coprono gran parte del volto. Chiude l’insieme una sigaretta sopra l’orecchio. É come fosse uno strano incrocio tra i principali rapper d’oltre oceano. Una strana fiera, un mostro mitologico con la testa di 50 Cent, il corpo di Eminem e le gambe di Snoop Dogg.

 

Ma il rapper non è solo. Ai lati stanno due ragazzi. Più alti di lui di circa 20 centimetri. Lo stile del vestiario è similare. Il rapper si muove e i due lo seguono sempre, quasi fossero le sue guardie del corpo.

 

Un’insegnante dai capelli bianchi sta perdendo la voce cercando di far star buono un gruppetto di studenti. Si volta verso il ragazzo in occhiali da sole e cappellino, ma – incredibile – a lui non dice niente. Torna a sbraitare verso il resto dei ragazzi, lasciando che il giovane boss decida liberamente dove sedersi.

 

Assurda quanto vuoi, ma questa scena in alcuni istituti è meno rara di quanto ti aspetteresti. Anche a uno sguardo disattento il ragazzo con gli occhiali da sole dimostra molti più anni dei suoi compagni dell’ultimo anno. Scopriremo più tardi che è ripetente già da tre anni e che non siamo gli unici a chiamarlo “boss”. Rispettato e temuto il nostro rapper ha già collezionato una serie di richiami formali, due espulsioni e alcuni guai con la polizia. “Violento e con strane idee per la testa” – così lo ha definito il corpo docenti agli ultimi scrutini.

 

Le luci della sala si spengono, lasciando che siano i nostri fari a illuminare la scena. Getto un’ultima occhiata sul fondo della sala e vedo il rapper seduto a braccia incrociate, un sorriso di scherno sul volto, le sue due bodyguard ai lati intente ad armeggiare con due grossi smartphone e quell’espressione che sembra dire: «Non avrai un secondo della mia attenzione».

“Rispettato e temuto il nostro rapper ha già collezionato una serie di richiami formali, due espulsioni e alcuni guai con la polizia. 'Violento e con strane idee per la testa' - così lo ha definito il corpo docenti agli ultimi scrutini.”

Lo spettacolo è “Rwanda”. Raccontiamo una storia vera di fratellanza e coraggio tra un uomo e una donna, lui Hutu, lei Tutsi. In quell’aprile 1994 qualcuno ha deciso che dovevano essere non solo nemici, ma anche carnefice, lui, e vittima, lei. Il messaggio finale dello spettacolo invita a riflettere sulla pericolosità delle logiche razziste, sull’importanza dell’integrazione e dell’accoglienza, temi così attuali, maledettamente attuali… La platea che ci sta di fronte ce lo dimostra: «Oltre un terzo degli studenti vengono da famiglie di immigrati. Gli episodi di razzismo all’interno della scuola sono all’ordine del giorno» ci racconta Giovanna, giovane insegnante di religione. Si è fatta in quattro per cercare di convincere il corpo docenti e il preside che un nostro spettacolo non è una perdita di tempo.

 

Con l’oscurità il rumore degli studenti si fa dieci volte più potente.

 

«Ho bisogno di un modo per attirare la loro attenzione!» penso tra me.

 

«Ragazzi, so che la storia che stiamo per raccontarvi…» la mia voce cerca di sovrastare quella dei ragazzi. «So che questa storia potrà sembrarvi una storia lontana, che non ci riguarda, ma prima vorrei farvi una domanda. Avete notato le scritte sulle porte dei bagni?».

 

Il frastuono si placa di colpo. Nessuno si aspettava questa domanda.
Ottima intuizione, Marco!

 

«Avete visto che cosa c’è scritto dietro le porte?».
La mia strategia è semplice. Prima di iniziare lo spettacolo ho fatto un salto nel bagno degli studenti per indossare il mio costume di scena (una camicia e un paio di pantaloni neri). Definire razziste le scritte sulle porte in legno dei bagni sarebbe stato un eufemismo, ma ora queste scritte possono tornare utili.

 

«Sono brutte scritte, non trovate? Oggi cercheremo di capire perché affermazioni simili possono essere l’inizio di una brutta storia. Non importa chi le ha scritte, vogliamo solo capire…».

 

Una voce interrompe l’efficacia della mia apertura.

 

«Noi le abbiamo scritte!» esclama qualcuno dal fondo. È il rapper di prima con i suoi due buttafuori piegati in avanti dalle risate. Il ragazzo tiene ancora gli occhiali da sole, la sigaretta sopra l’orecchio e il suo sorriso è una smorfia di sfida. La platea scoppia a ridere sovrastando le urla dei prof che richiamano all’ordine. Se voleva mettermi in ridicolo ce l’ha fatta.

 

All’improvviso ripenso alla chiacchierata telefonica con Giovanna, la professoressa che ci ha voluto nella sua scuola così caldamente. «Non è solo razzismo. Siamo preoccupati per le infiltrazioni di movimenti di estrema destra. Ci sono persone che fermano i più giovani anche fuori dalla scuola. Distribuiscono volantini…».

 

Decido di partire lasciando da parte i miei stupidi interventi da one-man show improvvisato.

 

Il ragazzo con il cappellino ha giocato la sua carta, ora tocca a me. Niente censure o altro. Volete qualcosa di forte? Il genocidio rwandese ha tutto il sangue che desiderate, ragazzi! Al racconto della caccia nelle paludi la platea è inchiodata alla sedia.

 

Lo spettacolo termina. La nostra conclusione parla di coraggio e di scelte ma parla anche di razzismo e migranti, di integrazione e fratellanza… questa volta parla anche delle scritte sulle porte dei bagni.

 

I ragazzi applaudono. Strette di mano. Alcuni sono commossi… Poi le classi escono avvolte nel loro frastuono abituale. È andata bene. Lascio andare un profondo sospiro di sollievo. L’unica cosa che voglio ora è essere lasciato da solo a smontare con calma, caricare il furgone e partire alla volta del teatro che ci aspetta questa sera.

 

E poi la sorpresa.

 

All’improvviso dietro il muro di studenti che pian piano si dissolve intravedo il rapper di prima. Se ne sta in piedi con i due “picciotti” ai lati.

 

Gli occhiali da sole e la sigaretta spenta in mano. Il ragazzo si avvicina, ciondolando su una gamba e poi sull’altra. Rapper anche nella camminata.

 

Io accenno un sorriso preoccupato. L’intonazione della sua battuta a inizio di spettacolo non era delle più amichevoli. Non mi aspetto che quello che sta per dirmi ora abbia un tono differente. Anzi.

 

Con un gesto largo e cadenzato il ragazzo allunga la mano in avanti tendendo il braccio. I due buttafuori se ne stanno silenziosi al suo fianco. Poi aggiunge serio:
«Bella zio, stima».

 

Il mio cervello impiega svariati istanti per tradurre quello che sta avvenendo, poi giunge alla conclusione. Il rapper mi sta porgendo la mano e nella sua lingua ha detto che in qualche modo apprezza quello che ho fatto… O almeno credo.

 

Impacciato – sentendomi più vecchio di un pensionato intento a guardare i lavori di un cantiere – allungo la mia mano, stringo la sua e ricambio con la peggiore battuta che un rapper abbia mai pronunciato.

 

«Stima pure a te, fratello»

 

Il ragazzo trattiene un accesso di riso. La mia risposta dev’essere stata la peggiore rima che un pezzo hip hop abbia mai conosciuto. Ciò nonostante il ragazzo e i suoi due amici non esplodono a ridere. Forse per rispetto. O almeno mi piace pensarlo.

 

Il rapper si volta e si allontana con la sua scorta.

 

“Violento e con strane idee per la testa”, ma capace questa volta di esprimere approvazione per qualcosa che forse ha incrinato alcune delle bugie che qualcuno deve avergli messo in testa.

 

Le scritte se ne stanno ancora sulla porta del bagno, ma forse il mio amico rapper ha capito che non sono le migliori rime per il suo prossimo brano.

 

Stima fratello.

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

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