Suora, arriviamo!

20 repliche per gli Alpini in tutto il territorio del Trentino per ricordare la Grande Guerra! È un’occasione importante e preziosa. Ma la parte più impegnativa non è mai lo spettacolo, è quello che viene dopo (e ovviamente immaginatemi ora con un gran sorriso sul volto!)

 

Il dopo spettacolo è uno dei momenti più belli nella vita di un attore: cene fino a tarda ora parlando di errori commessi sul palco, esperienze, progetti futuri accompagnando il tutto con una cena leggera dato che sarà seguita di lì a poche ore dalla colazione. Ma con gli Alpini è tutto differente!

 

Entriamo nella sede degli Alpini di Mezzolombardo, provincia di Trento, e la prima domanda che mi viene fatta è: “Trippa?”. Trippa?! Proprio così! Gli Alpini amano la trippa! Scherzi a parte, non si tratterà di una cenetta, ma di una vera e propria cena (squisita) con tutti i crismi. Lunga tavolata, formaggio di montagna, salame, speck (addio propositi di vegetarianesimo!) e soprattutto – cifra caratterista dei ritrovi alpini – vino a fiumi.

 

Gli Alpini sono in gamba! Sono maledettamente concreti, sorridenti, positivi! Rappresentano l’associazione più numerosa del mondo (oltre mezzo milione di iscritti) presente in numerosissimi Stati (dove qualche immigrato italiano ha dato il via al gruppo locale specifico). Riunisce tutti coloro che hanno svolto il servizio militare nel corpo del Alpini, ossia quella parte dell’esercito specializzata nell’ambito montano. Non si tratta di un corpo armato ma di un’associazione che si riconosce nei valori di fratellanza e aiuto reciproco e sono alcune delle persone (perdonate il termine) più “cazzute” che abbia mai conosciuto!

 

L’Alpino aiuta e poi pensa!
Solo un modo di dire? Non credo!

 

La piccola storia che segue vi dimostra che non è così. A condividerla con me è un Alpino. Le sue parole, i suoi occhi che brillano di entusiasmo, mi hanno messo i brividi (nonostante fosse l’una di notte passata e io non regga più di un bicchiere e mezzo di vino… nello stomaco ne avevo già cinque, ma stavo alla grande! Misteri del vino, quello buono però!)

 

Entroterra sardo nei pressi di Oristano. Immaginate una strada che si inerpica nella meravigliosa campagna sarda. A percorrerla è un grosso autobus con la scritta “Alpini – Fanfara” (la banda ufficiale degli Alpini). Il gruppo di musicisti deve raggiungere una località dell’entroterra per una serata di musica.

 

L’autobus però ha smarrito la strada e il numeroso gruppo di signori con il cappello e la penna d’aquila in testa, si ritrova disperso in mezzo a distese di finocchietto selvatico, erba verde smeraldo e pecore.

 

L’Alpino aiuta e poi pensa. Solo un modo di dire?

 

In lontananza il giardino di quella che sembra una scuola dove un gruppetto di bambini gioca sotto lo sguardo vigile di una suora.

 

Uno degli Alpini scende. Raggiunge la sorella per chiederle indicazioni.
I due si mettono a chiacchierare e la suora racconta che i bimbi sono in realtà tutti bambini abbandonati o con i genitori in carcere.

 

«E come fate a mantenervi, sorella?» Chiede l’Alpino.
«Lo vede quel piccolo orto? La gente del posto ci dà una mano a coltivarlo e con quello che racimoliamo dalla vendita degli ortaggi mandiamo avanti la struttura… In fondo i bimbi hanno bisogno di così poco!»

 

L’Alpino sorride mentre ascolta la suora guardando una bambina ridere come una matta su di un’altalena improvvisata.

 

«Purtroppo…» aggiunge la sorella con un sospiro, ma senza terminare la frase, come frenando al volo le parole che sarebbero seguite.
«Purtroppo, cosa?» Chiede l’Alpino. «Mi dica!»
«No… niente! Rischiate di far tardi!»

 

Ma l’Alpino non demorde e sotto le sue insistenze la sorella racconta la storia di una scuola, la loro, che sta cadendo letteralmente a pezzi: la pioggia entra nelle stanze… «Il tetto è pieno di buchi e non sappiamo più che fare nei mesi freddi. La gente del posto ci dà una mano… ma dovremmo vendere ortaggi per duecento anni per riuscire a trovare i soldi per sistemare il tutto!»

 

L’Alpino ascolta. Saluta la suora. Sale sull’autobus e se ne va.

 

Ora, se si fosse trattato di una persona qualsiasi, il tutto sarebbe terminato con un sospiro di amarezza, una stretta di mano e un addio: chi sarebbe salito sul suo autobus e chi sarebbe rimasto con i suoi bimbi ed una scuola che andava a pezzi.

 

Il problema è che l’autobus portava la scritti “Alpini Italiani”.

 

Sette giorni più tardi in una scuola fatiscente nell’entroterra di Oristano un telefono squilla. Una suora risponde.
Dall’altra parte una voce maschile con chiarissima inflessione trentina chiede (senza premesse, saluti o introduzioni):

 

«Sorella, ce l’ha da dormire per 70 persone?»
«Cosa?!» Chiede la donna senza capire.

 

3 secondi di silenzio e poi:

 

«Suora, arriviamo!»

 

Oltre 650 Alpini in turni da 15 giorni – 70 persone a turno –. La scuola viene ribaltata come un calzino e ristrutturata a regola d’arte da una equipe di progettisti, operai, manovali, ingegneri (tutti membri del gruppo). Il tutto gratuitamente.

 

L’Alpino aiuta e poi pensa.

 

Credo che ricorderò questa storia per molto molto tempo e per molto molto tempo ricorderò con stima e gratitudine il coraggio, la determinazione, la schiettezza e la contagiosa voglia di fare di un gruppo di signori (così numeroso che è impossibile tenerne in conto) uniti da un vecchio cappello sgualcito e da una piuma di aquila puntata in cima.

 

«Suora, arriviamo!»
Grazie Alpini.

 

Photo by https://leprimefotodipaolo.wordpress.com/

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