Tango a Bilbao

Il vecchietto indossa un basco color blu-notte, una maglietta attillata a strisce con i primi bottoncini aperti, una giacca con le maniche troppo lunghe e un paio di jeans che scendono a coprire due specie di mocassini di cuoio rovinati dal tempo. E’ piccolo e tondo e si guarda attorno con circospezione. Ma non è solo. Accanto a lui un’anziana donna dai capelli biondi cotonati indossa un lungo vestito color ciliegia, sul viso occhiali giganteschi dalla montatura color tartaruga e una grossa collana di corallo.

 

I due ballano insieme. Tre passetti avanti, tre passetti indietro poi un quarto di giro in senso orario. La dama che il cavaliere dal basco blu-notte sta conducendo in un lento tango è circa 30 centimetri più alta di lui. Entrambi si guardano attorno senza alcuna espressione, come se fossero marionette condotte da altri.

 

Siamo alla periferia di Bilbao nel cuore dei Paesi Baschi – Spagna. La piazzetta è intima e circondata da negozi di alimentari. Nel mezzo sta un enorme gazebo. All’interno un’orchestrina locale composta da due tastiere, bassista e cantante. La leader del gruppo è una donna di mezza età, piccola e rotonda, avvolta in un vestito a tubino che la fascia mettendo in luce le forme abbondanti.

 

Io e Mara ce ne stiamo di lato. Lasciato il nostro albergo eravamo diretti come tutti i turisti verso il centro della città, il quartiere vecchio, quello delle “Sette Strade” dove i locali si riempiono di turisti indecisi su quale pinchos accompagnerà la loro cerveza. Tappa obbligata il più famoso museo di architettura del mondo: il Guggenheim.

 

Mara all’improvviso mi strattona da una parte imboccando una strada laterale.

 

«Stanno suonando! Andiamo a vedere!»

«Ma cavolo, Mara! Abbiamo una valanga di cose da vedere!» rispondo io consapevole dell’infinita lista di mete che Mara ha deciso faranno parte della nostra visita a Bilbao. Così tante che non basterebbe un mese per spuntarle tutte dall’elenco.

 

All’improvviso girato l’angolo ecco di fronte a noi una delle cartoline più assurde e indimenticabili che solo una terra come la Spagna può regalarti.

 

La piccola piazzetta è piena di anziani: signori in giacca e cravatta e signore imbellettate che ballano sulle note dell’orchestrina di tastiere elettroniche collegate ad un amplificatore scassato. Al centro della pista il vecchietto con il basco e la sua signora trenta centimetri più alta di lui.

 

L’aria è carica delle abbondanti dosi di profumo delle signore e di dopobarba d’altri tempi dei loro accompagnatori.

 

La pista centrale è gremita di coppie che ballano. Ognuna con il suo stile, ognuna con la sua velocità.

 

Forse neppure Stefano Benni riuscirebbe in un suo romanzo a descrivere l’infinita serie di personaggi che ci circondano: c’è il ballerino mancato con i pantaloni a zampa di elefante e gli occhiali da sole sul naso, c’è la vedova in lutto che se ne sta seduta di lato con le amiche che ballano insieme tenendosi per mano, c’è la ex-mangiatrice di uomini con minigonna zebrata e zeppe da 12 centimetri, c’è il latin lover stile “Love Boat” con i capelli tinti in casa “alla buona”: i capelli nero corvino impomatati e la cima delle orecchie macchiate anch’esse di nero.

 

C’è tutto e il contrario di tutto. Unica costante: l’età che non scende mai sotto i settanta (quasi fosse la regola per essere ammessi alla pista da ballo).

 

Io mi guardo attorno circondato da una massa di persone la cui età complessiva potrebbe giungere in un rapido calcolo a qualche migliaio di anni.

 

Mi guardo attorno… e rimango estasiato. So che l’infinita lista di cose da vedere ci aspetta, ma in cuor mio penso che questa cartolina in un suo modo tutto speciale valga più di tutto il Guggenheim messo insieme. Perché, vedete, singolari, strani, naïve, assurdi, ridicoli… ma tutti gli improbabili ballerini e ballerine che mi stanno davanti, con i loro acciacchi e con la tinta fatta in casa, ecco tutti loro – nessuno escluso – sono maledettamente, meravigliosamente, sorprendentemente felici.

 

Incuranti di tutto, lontani da ogni giudizio di altri o di se stessi, ballano nel tardo pomeriggio spagnolo e mentre ballano ti sorridono e il loro sorriso è come un invito.

 

“Quieres bailar, señorita?» esclama un vecchietto alla destra di Mara. “Vuole ballare, signorina?».E’ Magro e veloce, con un paio di baffetti bianchi e il fazzoletto che esce dal taschino: il pretendente sembra la versione latineggiante di Clarke Gable.

 

Il vecchietto guarda Mara porgendole la mano, poi guarda me come a chiedermi il permesso di un ballo con la mia “Chica”, la mia “ragazza”. Il Don Giovanni mi ha preso alla sprovvista. Mara ride così tanto che è incapace di respirare ed io sono diventato più rosso di un peperoncino.

 

Il vecchietto – alla faccia del marpione! – ha una strategia infallibile. Un paio di signori più vecchi di lui cominciano a battere le mani. Mezza piazza si volta nella nostra direzione. E’ fatta! Mi ha fregato!

 

Se solo potessi spiegargli che dobbiamo andare, che siamo qui solo di passaggio e che il Guggenheim ci aspetta… Se solo il mio vocabolario di spagnolo fosse un millesimo più vasto dell’unica parola che di spagnolo conosco…

 

Una lunga, lunga, lunga pausa. Poi…

 

«Vale» «Va bene!» – ecco l’unica cosa che so dire nella sua lingua. Con un mezzo inchino il vecchietto trascina Mara al centro della pista, un piccolo applauso accoglie i due nuovi ballerini.

 

Io resto di lato a guardare, così imbarazzato da desiderare di scomparire all’istante. Il Don Giovanni conduce Mara con fare cortese e deciso e sorride, sorride sempre. L’infame!

 

Ma dovete sapere che il vero Basco, uomo o donna che sia, ha un fortissimo senso della giustizia e dell’onore, quello stesso che trovi nei romanzi di Miguel de Cervantes e Bilbao è una delle città più rappresentative della Spagna intera. Un vecchio proverbio basco insegna: “Se qualcosa ti è stato tolto, qualcosa ti sarà dato”.

 

Una mano tremante e incartapecorita sfiora all’improvviso la mia… ed io so già cosa sta per succedere. Mi volto lentamente, molto lentamente mentre un brivido scende lungo la mia schiena.

 

«Quieres bailar, muchacho?» sussurra una voce dal basso.

 

Alla mia sinistra sta Josune – il nome l’ho saputo solo più tardi – un metro e cinquanta e 78 anni portati benissimo! Le amiche applaudono da dietro. Lei sorride mostrando una dentiera nuova di pacca della quale va terribilmente orgogliosa.

 

Josune stringe la mia mano e mi guarda ammiccante e seducente.

 

Se solo conoscessi qualche parola in più di Spagnolo. Solo qualche parola in più.

 

Una lunga, lunga, lunga pausa. Poi…

 

«Vale» sussurro. «Vale»
Josune, meu amor!

Marco Cortesi

Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E' inoltre autore e interprete dello spettacolo "Rwanda", monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E' coautore e interprete del film "Rwanda", trasposizione cinematografica dell'omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo "Die Mauer - Il Muro" sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.

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