Vergognatevi

La piazza è bella ed elegante. Sotto il loggiato decine di negozi e innumerevoli passanti. Al centro una piccola folla è intenta ad ammirare due ragazzi (la brochure dice che sono architetti). Sono francesi e girano il mondo per “esplorare artisticamente un nuovo concetto di utilizzo dello spazio pubblico” (così riporta l’opuscolo). Chiodi, martello, sega e legno: i due architetti costruiscono nel mezzo della piazza tavoli, sedie e una sorta di minuscola casetta abitabile nella quale (così recita sempre la brochure) dormiranno questa notte (armati di sacchi a pelo high-tech).

 

«Ma dormono davvero qui?» domanda una donna con una folta pelliccia addosso, anello dorato, grosso smartphone in una mano e l’espressione sorpresa per un gesto di tale coraggio.
«La temperatura scende sotto lo zero, néh!» aggiunge la sua compagna di shopping, cappellino fucsia su capelli biondi e fortissima cadenza piemontese.

 

«Poverini!» esclamano in tanti stretti nei loro cappotti.

 

Io e Mara accompagniamo Alberto. Alberto è un amico e una persona che stimiamo da sempre. Si fa in quattro per la sua azienda e si fa in otto, sedici e trentadue per tutti gli altri. Instancabile, positivo e coraggioso Alberto insegna educazione stradale, si occupa di intercultura e lotta per un mondo più giusto.

 

«So che siete stanchi» ci dice «ma dovete vederlo!»
«Vedere cosa?» domando io.
«Il campo base. Ai volontari farebbe davvero piacere!»

 

Nel cuore della città, ben nascosto alla vista dei turisti, sta il campo base di cui parla Alberto. Decine e decine di tende e più di 400 ragazzi di colore, lavoratori stagionali nelle ricche coltivazioni di frutta nei dintorni di una piccola cittadina piemontese.

 

Il campo è incuneato in una strada senza uscita a lato di un centro di raccolta rifiuti. Non ci sono case, non ci sono abitazioni, solo tende. Le più solide sono state fornite dalla Caritas, grosse canadesi verde pisello, le altre sono costituite da teli di plastica buttati sopra fragili strutture di legno. Nel mezzo di una ricca città del nord-ovest se ne sta sapientemente nascosta alla vista una reale baraccopoli che nulla ha da invidiare ad uno scenario proveniente da Goma o da un campo profughi somalo.

 

I ragazzi si arrangiano come possono. Dopo il lavoro nei campi dalle cinque del mattino alle sette e mezza di sera il piccolo esercito rientra ogni giorno al campo base. Mangiano cucinando su fornellini a gas, pregano e poi si preparano ad affrontare la gelida notte di un autunno inoltrato.

 

Conosciamo Virginia e Luca, giovanissimi. Sono loro gli angeli custodi del campo: «Il Comune dice che non può darci una mano. La Protezione Civile non può aiutarci perché di emergenza non si tratta… Così viviamo giorno per giorno, una difficoltà alla volta… Ora la difficoltà si chiama freddo!»

 

Chiedo a Luca, il responsabile, se sia possibile scattare una foto. Luca è in imbarazzo e mi risponde: «Meglio di no! Sai… si vergognano!».«Perché?!» domando io senza capire. Luca abbassa la voce anche se nessuno può sentirlo: «Hanno paura che le loro famiglie sappiano in che condizioni vivono! Sai, non sono ragazzi… sono uomini, hanno famiglia, figli, istruzione… ma qui dormono in mezzo ai topi! Non vogliono che le loro famiglie lo sappiano… Meglio non scattare foto.»

 

Il ragazzo continua: «Abbiamo detto a tutti che questa è una reale emergenza e che 400 persone non possono essere lasciate qui in mezzo agli scarafaggi. Pensa che sono tutti pronti a pagare per un affitto, ma nessuno vuole affittare loro una sistemazione… Le autorità dicono che sono solo 250, ma noi ne contiamo più di 600 nella stagione della raccolta!»

 

«600 lavoratori, ma solo 250 contratti» mi sussurra Alberto all’orecchio. Questa volta sono più sagace di quanto poco prima lo sia stata la mia richiesta di fare foto. Si chiama “sfruttamento”, “lavoro nero”, “evasione fiscale”. E viste le condizioni di questi ragazzi qualcuno potrebbe definirla addirittura “schiavitù”. Solo 250 possiedono un reale contratto. Gli altri (quasi 300) un contratto non l’hanno mai visto. Ai loro “padroni” (questo è il nome che usano) non conviene.

 

Mara sgrana gli occhi ed io sento improvvisa una rabbia così sincera e profonda da stringere il pugno. Dietro di me un signore dalla pelle scura come l’ebano conduce la sua bicicletta scassata. La corta barba è chiazzata di bianco. Lui saluta tutti con un sorriso e procede verso la sua tenda: due teli di plastica, qualche sacco dell’immondizia su di una struttura di assi di legno. Il suo letto: cartoni da imballo e una coperta termica argentata regalata dalla Croce Rossa. E’ stanco morto, ma il volto è illuminato da un sorriso pacato e profondo.

 

Non sono credente e non ho idea di come si chiama esattamente Chi ci guarda dall’altro… Non so neppure se Qualcuno o Qualcosa ci sia davvero sopra le nostre teste… Ma mai come ora ho riscoperto la bellezza delle Scritture, di tutte le Scritture, dalla Bibbia al Corano.

 

C’è un passo del Vangelo dove quel ragazzo che chiamavano Gesù dà prova di avere le palle, due palle grandi come due roto-balle in un campo di grano, perché prima ancora di un simbolo, di un Dio o chissà cosa quel ragazzo era qualcuno che aveva le idee chiare e sapeva cosa era importante. Gesù entra in un tempio e ci trova dei commercianti intenti a vendere le loro merci. Ve lo ricordate? E così il pacifico Gesù, lo stesso pronto a perdonare, comprendere e capire… quella volta si incazza. Si incazza di brutto. Immaginatevi bene la situazione: un mercato con qualche centinaio di persone e un ragazzo di trent’anni che comincia a buttare tutto all’aria urlando. E’ solo in quel momento in tutto il Vangelo (e in tutti i Vangeli) che Gesù usa una parola forte, dura, come un mattone tirato in mezzo alla faccia. A quella gente che in nome del proprio egoismo, dei propri affari, della propria comodità e di quella dei loro cari calpesta qualcosa di sacro ed eterno come un tempio, Cristo dice semplicemente: “Vergognatevi!”. Non usa parabole, giri di parole o altro. Dice solo: «Vergognatevi!»

 

Accanto a me vedo camminare un ragazzo di sedici anni magro come un chiodo. Il ragazzino avanza aspettando il suo turno per potersi lavare. Ha le ciabatte imbrattate di fango e trema per il freddo. La fila può durare decine di minuti. Tre minuti per lavarsi, un boccone mangiato seduto su di una cassetta di legno e poi a letto su di un paio di cartoni in attesa della sveglia delle cinque. Lui mi guarda. Io lo guardo e lui sorride. Un sorriso dolce e pacato.

 

In piazza gli astanti fotografano con il cellulare gli architetti che sfidano il freddo dentro la loro casetta di legno bio.

 

«Poverini» esclama un signora.

«Poverini»

Marco Cortesi

<p>Marco Cortesi è attore e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, sviluppa la sua produzione teatrale come attore monologante di teatro civile alternando il lavoro come autore e attore in tv (con il programma “Testimoni” per Rai Storia da lui ideato e interpretato). Tra i suoi lavori teatrali, nati da un’attenta indagine d’inchiesta, “Le donne di Pola”, monologo sulla guerra nella Ex- Jugoslavia con oltre 350 repliche, un libro ed un DVD, “L’Esecutore”, un documentario-teatrale in formato Libro+DVD sull’ultimo boia di Francia, scritto da Paolo Cortesi e liberamente ispirato ad una storia vera (Infinito Edizioni) e “La Scelta”, quattro storie vere dal conflitto di Bosnia basato sul libro “I Giusti nel Tempo del Male” della Dott.ssa Svetlana Broz (Ed. Erickson) ora un libro+DVD per Edizioni Erickson. E’ inoltre autore e interprete dello spettacolo “Rwanda”, monologo-testimonianza sulle vicende del genocidio rwandese. E’ coautore e interprete del film “Rwanda”, trasposizione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale. Il suo ultimo spettacolo “Die Mauer – Il Muro” sulla storia del Muro di Berlino è ora in lavorazione.</p>

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