A casa loro

Capelli rasati, bomber, bicchiere di prosecco in mano, grosso smartphone appoggiato sul bancone del bar e gote rosse accese per il troppo bere. Più che un bar, sembra un autogrill di ultimo ordine. Estremo nord-est italiano. Il sottofondo del locale è un programma di calcio a volume sparato e un mezzo-gridare in dialetto.

 

Siamo lì per l’ennesima replica del nostro spettacolo sul Rwanda. Il teatro è ancora chiuso e noi troppo in anticipo. Marcello, uno degli organizzatori, ci offre un caffè mentre aspettiamo che si faccia l’ora.

 

«Perché la ragassa non capisse, i dovaria… Dovrebbero starsene tutti a casa loro!»
Una voce rauca risuona in mezzo al locale.

 

Io e il ragazzo con il bomber facciamo finalmente la nostra conoscenza, ma è solo una conoscenza a distanza. La sua voce sovrasta tutte le altre. Mi colpisce quanto a fatica riesca a passare dal dialetto all’italiano. Davanti a lui una ragazza di 30 cm più piccola e di parecchi anni più giovane che lo guarda dal basso verso l’alto.

 

«‘Sti negri, ‘sti rumeni, tutti ‘sti marocchini vengono qui per portarci via il lavoro. Loro lasciano le loro case perchè vogliono diventare ricchi qui in Italia! Ecco perchè ce li troviamo qui! E prima gli albanesi, poi i rumeni, poi adesso ‘sti africani del c***!»

 

La giovane ragazza tenta di rispondere… Continua a ripetere: «Non è così! Non è così semplice!». E’ una studentessa, quasi sicuramente. L’accento sembra essere toscano, forse bassa Toscana al confine con il Lazio.

 

«E’ solo una raccolta di offerte per aiutare i centri di accoglienza e comprare farmaci e coperte per i più piccoli» – continua lei.

 

Ecco! Ora è tutto più chiaro. Noto all’improvviso che la giovane ha in una mano una pila di volantini e nell’altra un piccolo rotolo di nastro adesivo. Evidentemente stava cercando di appiccicare il suo volantino sul lato frontale del bancone del bar. Al centro del volantino la scritta: “Dona anche tu”. Il giovane con bomber e tasso alcolemico elevato l’ha notata e ha iniziato la sua arringa.

 

«Stai calmo!» – gli fanno eco gli altri, ma il giovane non sente ragioni.
«Il Duce li mandava al confine. E ce n’era un altro in Germania che li acopava tutti! Io farei lo stesso… Mettimene uno davanti e stai a vedere come lo riduco! Lo acopo io! Gli torna la voglia di ritornarsene tra gli elefanti»
«Lassiala perdere!» – si frappone un altro della comitiva.
«A forza di lasciar perdere guarda in dove l’abbiamo ciapà! Nel c**! Ci portano via il lavoro! Che poi la signorina l’è anca terrona! Di dove sei te? Sei dell’Africa anche te?». Il ragazzo afferra il volantino attaccato al bancone e lo strappa via gettandolo a terra.

 

La ragazza ha le lacrime agli occhi.

“Noto all’improvviso che la giovane ha in una mano una pila di volantini e nell’altra un piccolo rotolo di nastro adesivo. Evidentemente stava cercando di appiccicare il suo volantino sul lato frontale del bancone del bar…”

Uno del gruppo mette il braccio attorno alle spalle del ragazzo e a forza lo porta fuori dal locale. Si volta e sdrammatizza il tutto con una sonora bestemmia seguita da: «Noi si sta solo scherzando!»

 

Il barista conclude la questione con bonario sorriso rivolgendosi alla ragazza: «Sai, sono solo ragazzi!». Poi appena il gruppo è uscito aggiunge: «Ma attaccalo pure il tuo volantino, sai!»

 

È vero, che sbadato! Quasi me ne dimenticavo! Si sta solo scherzando! Loro sono solo ragazzi. E noi siamo pur sempre in Italia, dove si scherza sempre, dove si ruba per scherzo, si offende per scherzo, dove si è volgari ma solo per scherzo e dove per molti è ormai il Gabibbo (o Le Iene) la forma più vicina alla Giustizia, quella con la “G” maiuscola. E’ tutto uno scherzo e noi siamo solo ragazzi, eterni adolescenti, liberi di fare e dire quello che più ci piace.

 

La ragazza appare ora ancora più piccola ed esile. Si avvicina al bancone del bar per terminare il lavoro che aveva iniziato. All’improvviso la pila di volantini le scivola dalle mani inondando il pavimento. Marcello, il nostro accompagnatore, si alza di scatto dal tavolo, mi alzo io, si alza Mara e corriamo ad aiutarla. Restiamo tutti in silenzio. Imbarazzati per quello che è successo. Anche alcuni degli anziani al tavolo fanno lo stesso. Ora siamo tutti intorno alla ragazza che è ancora scossa. Una dozzina di persone intente ad attaccare un solo volantino.

 

«Prendi un caffè?» – le dice Marcello. Lei fa di sì con la testa.

 

•••

 

Quella sera stessa riusciamo a farci portare qualche centinaio degli stessi volantini. Li distribuiamo a tutta la platea. Sul palco al termine dello spettacolo ci raggiunge la ragazza del bar e gli altri membri della sua associazione.

 

«Sono persone che scappano dalla guerra affrontando un viaggio disumano. Dall’inizio dell’anno in mare ne sono morti 4000. Se restassero nel loro paese verrebbero uccisi. Non cercano un futuro migliore. Cercano solo un futuro per se stessi, ma soprattutto per i loro bambini! Voi non lo fareste? Per i vostri bambini voi non lo fareste?»

 

Sulla platea scende il silenzio.

 

Al termine della serata nella cassettina in fondo alla sala troviamo l’inaspettata, sorprendente generosità di una platea di 350 persone. «Mai fatta una raccolta tanto generosa!» – esclama lei. «Chissà cosa direbbe il mio amico del bar?» – aggiunge con gli occhi che si fanno lucidi. Non dev’essere stato il pomeriggio più piacevole della sua vita.

 

«Lascia che dica tutto quello che vuole. Lascia che dica» – vorrei dirle, ma me ne resto zitto con un mezzo sorriso “sotto i baffi”.
In fondo lui stava solo scherzando.
Lui stava solo scherzando, giusto?

 

Noi no.

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