Andare avanti

Fatuma sale sul palco. Io e Mara indietreggiamo in un angolo. Se potessi dal palco vorrei scomparire del tutto. A dire il vero questo dovrebbe essere un momento speciale, irripetibile e irrinunciabile… Per 70 minuti raccontiamo una storia che qualcuno ha condiviso con noi, ma della quale – in fin dei conti –  siamo stati e rimarremo per sempre solo testimoni indiretti. È questo che mi fa sentire così maledettamente a disagio. Fatuma invece parla per esperienza personale. Lei rwandese lo è davvero. Lei i massacri del ‘94 li ha vissuti sulla sua pelle. Sulle tavole di un palcoscenico la nostra è solo una finzione teatrale, la sua è vita vera.

 

Fatuma afferra il microfono con un briciolo d’imbarazzo. Il palcoscenico non le è familiare. Abbassa gli occhi e quando li rialza il suo sguardo brilla. E poi la parola più bella del mondo: “Murakoze”, “Grazie” ci dice commossa. L’imbarazzo svanisce e un brivido corre lungo la schiena.

 

Fatuma comincia a parlare e a raccontare la sua storia. Lo fa a voce bassa articolando lentamente le parole, soppesandole una dopo l’altra. «Avete riaperto una porta che tenevo chiusa da tanto tempo. I miei ricordi del genocidio sono chiusi dentro una stanza e questa stanza non devo aprirla se voglio continuare a vivere giorno dopo giorno»

 

Come può Fatuma andare avanti dopo quello che ha passato? Sul suo volto non vedi disperazione, rassegnazione, non vedi tristezza né scoramento. I suoi occhi sono vispi; un tenero, irresistibile sorriso le illumina il volto. Se sorride lei – è inevitabile – sorridi anche tu.

“Fatuma afferra il microfono con un briciolo d’imbarazzo. Il palcoscenico non le è familiare. Abbassa gli occhi e quando li rialza il suo sguardo brilla…”

Come fai ad andare avanti? Come puoi umanamente riuscirci? Come fai a dormire la notte, Fatuma?

 

E poi giungono le parole che non riuscirai più a dimenticare… Sono parole che hai già ascoltato, lo hai fatto mille volte. Lo hai fatto in una chiesa, le hai lette su di un libro, le hai sentite pronunciare da un altare. È come se fossero le battute di un copione ascoltato troppe volte. Sai che sono parole importanti, ma sotto sotto non sono state mai altro che parole. Ora sulla sua bocca quelle stesse sillabe s’illuminano di una bellezza accecante, disarmante e indimenticabile.

 

Qualche secondo di pausa. Fatuma prende un lungo respiro.

 

«Dobbiamo andare avanti. L’unico modo per farlo è lasciandoci alle spalle questo terribile evento. Dobbiamo ricordarci che noi non siamo né Hutu, né Tutsi, né Twa… Siamo solo rwandesi. Dobbiamo perdonare e guardare oltre. Questa è l’unica soluzione. Fare giustizia e perdonare»

 

Perdonare. Fatuma ha usato proprio questa parola. Di fronte all’orrore di cui è stata testimone e vittima (lei ha perso praticamente tutta la sua famiglia) la sua soluzione non consiste in vendetta, odio, divisione. La parola che ha usato è stata: perdonare.

 

Mentre penso a lei, sullo schermo di una tv scorrono le immagini di un quartiere alla periferia di Roma. La telecamera stringe sul volto di un uomo che urla: «Fateli scendere. Prendiamo i coltelli e tagliamo a tutti la gola». Un carabiniere tenta di spingerlo indietro. L’uomo sta gridando verso la finestra di un’abitazione dove vivono minorenni rifugiati. «Rimandiamoli a casa loro! Sono loro la causa di tutto! Ammazziamoli tutti!»

 

Che strano… Erano proprio queste le parole che in Rwanda precedettero il genocidio più sanguinoso e veloce della Storia. Ma queste immagini ora sembrano scivolare via  mostrandosi per quello che sono: espressione di paura, ignoranza ed egoismo. Accanto a queste immagini, il volto di Fatuma brilla di una pace, di una forza e di una saggezza che non potrai più dimenticare. «Fare giustizia e perdonare»

Murakoze, Fatuma.

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