Auschwitz. Di nuovo.

Mai avrei immaginato che un luogo del genere potesse un giorno diventare quasi “familiare”. Il nome polacco è “Oswiecim”, ma ai nazisti i nomi polacchi non piacciono, così il cartello all’ingresso della piccola città viene divelto e al suo posto una nuova indicazione stradale riporta la dicitura “Auschwitz”. A circa 4 chilometri di distanza – un tragitto che alcuni visitatori decidono di percorrere a piedi – sta un’altra piccola frazione. Il nome questa volta è difficile davvero: “Brzezinka”. Presto detto, l’efficienza nazista risolve alla radice il problema. Il paesino polacco viene ribattezzato con la versione tedesca del suo nome: “Birkenau”.

 

27 gennaio 1945: il 60° Corpo d’Armata del Primo Fronte Ucraino apre i cancelli del campo di sterminio più celebre del mondo. Nasce la Giornata della Memoria.

27 gennaio 2017: un parroco di Altamura vede la sua foto rimbalzare da un giornale all’altro per un’affermazione volutamente provocatoria postata sul proprio profilo Facebook. Il Don chiede firme per un Referendum il cui fine è quello di abolire la Giornata della Memoria.

 

•••

 

Questa mattina l’aula magna è così gremita di studenti che molti siedono a terra. L’atmosfera è tesa. I ragazzi sono annoiati e insofferenti dopo una settimana di attività di approfondimento sul tema dell’Olocausto accompagnate da una sorta di cineforum obbligatorio nel quale Schindler’s List è solo una delle pellicole viste e riviste ogni anno.

 

Io termino di sistemare le ultime cose prima dell’inizio. Il ricordo di alcune delle affermazioni degli spettatori presenti durante lo spettacolo della sera prima continuano a rimbalzare all’interno della mia testa facendo la sponda da un orecchio all’altro.

 

«Non se ne può più»
«Manifestazione triste, vuota e deprimente»
«Ormai è solo un rito»

 

Così alcuni commentavano le iniziative dell’amministrazione comunale per celebrare la Giornata della Memoria, appuntamento fisso e prevedibile che “non sconvolge più nessuno” (aggiunge una signora anziana con il bastone saldamente stretto nella mano destra come se stesse commentando un blockbuster americano).

 

Scaccio il ricordo scuotendo la testa. Dobbiamo iniziare. Guadagno il palco, ma non riesco a concentrarmi. C’è qualcosa in quelle frasi di ieri sera – ora espressione viva sui volti dei ragazzi davanti a me – di fondamentalmente sbagliato. Le cose non dovrebbero andare così. Questa è una giornata fondamentale, vitale, importante, preziosa. Come è anche solo possibile definirla un rito “vuoto, triste e deprimente”?

 

“Lascia stare…” – sussurra una saggia voce dentro la mia testa. “Facciamo lo spettacolo, smontiamo e torniamocene a casa!”

 

«Ragazzi, oggi celebriamo la Giornata della Memoria e lo facciamo parlando di una guerra chiamata Guerra della Ex-Jugoslavia»
“Bravo! Ottimo incipit” – continua la vocina interiore di prima. “Ora procedi con il copione!”

 

Ma la mia bocca decide di disobbedire agli ordini e domanda:
«Scusate, so che non c’entra niente… Ma avete mai sentito parlare prima di oggi di una città chiamata Sarajevo?»

 

Butto lo sguardo su di un ragazzo a caso in prima fila. Il ragazzo ha un’espressione seria e intelligente.
«No, mai» – risponde lui sincero in mezzo alle risatine dei suoi vicini di posto.

 

La mia bocca continua a violare gli ordini provenienti dalla sala controllo chiamata cervello.
«La tua scuola si chiama Istituto “Aldo Moro”. Sai chi era Aldo Moro?»
Pausa di silenzio.
«No» risponde lui.

 

Nella mia mente un tratto di matita invisibile comincia ad unire con forza i puntini di quello che da dubbio si sta facendo certezza.

 

«Ragazzi, so che non c’entra niente né con la Giornata della Memoria né con la Guerra dei Balcani, ma sapete vero chi era Giovanni Falcone?»
I ragazzi mi guardano e non rispondono.
Ancora silenzio.

 

«Aspettate un secondo, sapete che cosa è successo l’11 settembre 2001, vero?»

 

Dal fondo dell’aula la voce di un prof risponde al posto dei ragazzi adducendo quella che nelle sue intenzioni rappresenta una giustificazione più che plausibile: «Non erano ancora nati»
Io sorrido tra me.
Chiudo gli occhi e comincio lo spettacolo.

 

“L’85% dei giovani tra i 15 e i 35 anni ignora gran parte della storia italiana e internazionale degli ultimi 50 anni” – è parte dei risultati di una recente indagine statistica che mi rivela che quanto sta avvenendo con i ragazzi di questa scuola non è poi un caso tanto isolato e neppure una faccenda esclusivamente scolastica.

 

•••

 

Si chiama “Giornata della Memoria” e non semplicemente “Giornata dell’Olocausto“ o “Giornata della Shoa” e nasce per celebrare l’importanza vitale e insostituibile della memoria come garanzia per la costruzione di un presente e di un futuro di pace e fratellanza. Non si tratta né di abolirla né di modificarla ma semplicemente di celebrarla per davvero, fino in fondo.

 

La Giornata della Memoria ci chiede di ricordare, ci impone di aprire un libro di storia per conoscere e sapere da dove diavolo arriviamo perché solo così potremo sapere dove diavolo stiamo andando.

 

Fare memoria non è un optional, non è qualcosa alla quale poter applicare le categorie di piacevole o noioso. È un dovere.

 

Mentre scrivo queste righe un uomo motivato da odio e razzismo, da ignoranza e sete di potere, blocca l’accesso di cittadini musulmani nei territori degli Stati Uniti d’America. Lo stesso uomo prepara un bilancio per la costruzione di una muraglia armata per difendere i confini con il Messico

 

Lo spettacolo ormai è iniziato. I ragazzi mi guardano mentre racconto loro di un giovane italiano colpito a morte da un cecchino su di un ponte a Sarajevo.

 

All’improvviso mi interrompo di nuovo preda dell’insubordinazione della mia stessa bocca.

 

«Scusate, ragazzi, so che non c’entra niente, ma sapete che cos’era il Muro di Berlino, vero?»

Lunga pausa.

 

Nessuno risponde.

No Comments

Post a Comment

X