Boi-Scut

“Boi-Scut”: è così che li chiama mia nonna. “Boy-Scout” è un termine troppo anglosassone per lei e apparentemente troppo difficile da pronunciare. E’ come pretendere che riesca a smettere di chiamare PLAI-SPLEISCION la nota console. Eppure il termine “Boy-Scout” dovrebbe suonarle familiare. In fondo, io, mio fratello e mio padre, con un fazzolettone al collo abbiamo frequentato casa di nonna per tanti e tanti anni.

 

E’ un mondo, quello degli scout, che mi ha accompagnato per gran parte della mia vita. E continua a farlo ancora. Come ieri a Carmignano di Brenta, dove “La Scelta” va in scena grazie al supporto del Gruppo Agesci Carmignano 1.

 

Li vedi affaccendati come tante formichine azzurre. Le repliche targate Agesci sono imbattibili! Mentre guardo un gruppo di giovani scolte (le ragazze del clan, il gruppo dei più grandi) occuparsi con professionalità della vendita dei biglietti di fronte ad una colonna di spettatori in paziente attesa, esclamo con Mara: “Cavolo! Gli scout sono forti!”

 

Ed è vero!

 

Il destino ha voluto che Mara avesse al suo fianco spesso “fidanzati scout” (speriamo che io sia l’ultimo!) ed anche questa volta le cose non sono andate diversamente. Lei scout non lo è mai stata e a volte l’ho sentita esclamare sorridendo “per fortuna”! Anch’io sorrido divertito. E’ un’affermazione familiare che uno scout sente spesso!

“Il destino ha voluto che Mara avesse al suo fianco spesso “fidanzati scout” (speriamo che io sia l’ultimo!) ed anche questa volta le cose non sono andate diversamente…”

Oggi il mio fazzolettone è appeso al muro, ma io devo allo scoutismo gran parte delle mete e dei traguardi raggiunti. Molti di questi hanno rappresentato sfide giunte anni dopo la fine di quel cammino, ma è stata quella strada fatta con un fazzolettone colorato al collo ad avermi insegnato ad affrontare quelle sfide. Ero uno scout la prima volta che arrivai in Ex-Jugoslavia. Ero uno scout mentre facevo servizio in un ospedale psichiatrico. Ero uno scout mentre seguivo bambini disabili ed ero scout quando decisi a 19 anni appena compiuti di lasciare casa e trasferirmi a Roma per perseguire la carriera di attore. “Non sarà più difficile di un hyke, non è vero?” – sussurravo tra me e me mentre con le lacrime agli occhi salivo sul treno.

 

“Domani mattina oltre la collina. Veniamo a prendervi là” – diceva uno dei miei capi, mentre con un fuoristrada conduceva me ed un mio coetaneo di 14 anni all’imbocco del sentiero per il nostro hyke, la nostra “iniziazione cherokee”.
“E questa notte?” – chiedo terrorizzato.
“C’eravate quando vi abbiamo insegnato a fare una tenda con i rami?”.
“Ero malato” – rispondo come uno studente chiamato alla lavagna.
Anch’io” – fa il mio compagno di hyke.
“E allora mettetevi sotto un albero… Non ci dovrebbero essere lupi!”.
Il fuoristrada se ne va, mentre io ed il mio giovane compagno di strada ci guardiamo negli occhi. Spaventati a morte.

 

“Adesso tornano indietro, vedrai…” – sussurro poco convinto, mentre vedo l’altro con i lacrimoni agli occhi.
Ma per fortuna non tornò nessuno.
Per nostra fortuna, il regalo più bello fu che non tornò nessuno. Nessuno.

 

Semel Scout. Semper Scout.
PS: i lupi c’erano eccome!

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