La bicicletta di Matthes (parte 3)

(Parte 3 di 3)

 

Matthes pedala. Il suo respiro si fa veloce e in bocca comincia a sentire sapore di ferro. Matthes pedala e le ginocchia cominciano a bruciare. Matthes pedala e ce la mette tutta, ma accanto a lui la macchia bianca non finisce, non termina, non si interrompe. Mai.

 

Matthes si alza sui pedali e spinge con tutta la sua forza aggrappandosi al manubrio.
«Questa muro maledetto deve finire prima o poi!»
Mai si è allontanato tanto da casa. Non è mai arrivato così lontano, oltre il suo quartiere, oltre quello di Elma, la sua compagna di banco.

 

Matthes pedala e il Muro non finisce. Una macchia bianca in blocchi orizzontali di cemento tenuti insieme da barre di ferro che non si interrompe.

 

Matthes è sfinito. Si ferma puntando i piedi a terra. Il Muro ha vinto la gara. Nessun varco, nessuna apertura per chilometri e chilometri. Gli occhi del piccolo Matthes bruciano di lacrime. Tra le dita stringe la sua piccola macchina fotografica.

 

Alle sue spalle lo stridore delle ruote di una macchina. Matthes di volta di scatto. E’ una piccola auto verde mimetico. Un paio di soldati scendono velocemente. Entrambi imbracciano un AK-47 Kalashnikov.

 

«Che diavolo ci fai qui?» gli chiede severo il più vecchio.
Matthes non risponde e stringe forte la sua macchina fotografica.
Il soldato scruta l’apparecchio. «Che cazzo ci fai con quella?! E’ un reato fare foto qui! Dammela!»

 

Matthes è impietrito dal terrore e stringe la piccola macchina fotografica. Il soldato scatta in avanti. Afferra la macchina dalla mani del ragazzino. L’altro militare scoppia a ridere.

 

«E adesso che cosa ci dovrei fare con questa?!»
«Ridammela!» urla Matthes con quanto fiato ha in gola.

 

L’altro militare si piega in avanti dalle risate.
«Prenditela da solo!» esclama il soldato più vecchio e getta la macchina a terra. Il fragile apparecchio fotografico colpisce l’asfalto con forza. L’obiettivo si stacca dal corpo macchina frantumando la ghiera di messa a fuoco.

 

C’è poco altro che Matthes ricorda di quel momento visto attraverso occhi annebbiati dalle lacrime. Ricorda i soldati che ridendo salgono sulla loro auto e si allontanano.

 

Quando quella sera aveva raccontato l’accaduto ai suoi genitori, sua madre era andata su tutte le furio dandogli dello stupido incosciente. Suo padre invece era rimasto in silenzio. Quella sera, nessun bacio della buona notte. Sua madre era troppo in collera con lui. Ma all’improvviso nella sua stanza era entrato suo padre. Mai suo padre era venuto ad augurargli la buona notte. Uomo buono, ma timido e distante. Era entrato silenziosamente. Si era seduto sul bordo del letto. Matthes se ne stava avvolto nelle coperte, la testa nascosta tra le lenzuola. Era sbucato di scatto immaginandosi sua madre al suo fianco. E invece si era trovato il padre.

 

«Se sai che quello che fai è giusto non devi avere paura.
Fai la cosa giusta! E se sai che è giusta, tu falla e basta! Va bene?»

 

Matthes era rimasto immobile, gli occhi sgranati più per la meraviglia di vedere suo padre lì sul suo letto che per altro.

 

«Hai capito, Matthes?»
«Sì, papà» aveva risposto lui.

 

Il padre si era alzato e se era andato.
Sei mesi più tardi i fazzoletti che la moglie gli faceva trovare dentro le tasche dei pantaloni avevano cominciato ad essere macchiati di sangue. Un anno dopo Matthes piangeva al funerale di suo padre.

 

Le parole di quella notte erano un tatuaggio impresso per sempre nella mente di Matthes: se sai che è la cosa giusta, tu falla e basta!

Se ne sarebbe ricordato dieci anni più tardi dentro una cella di isolamento in un carcere della Stasi, la polizia segreta della DDR, un occhio gonfio, la bocca piena di sangue e cinque foto nascoste dentro il telaio di una bicicletta di bambino… cinque foto per le quali la Stasi era pronta ad ucciderlo.
Ma questa è un’altra storia.

 

…E la racconteremo in “Die Mauer – Il Muro”, il nostro nuovo spettacolo di teatro civile. Disponibile da Autunno 2017.

No Comments

Post a Comment

X