Ma lui lo conosco

Bologna. Piazzale Stazione Centrale.

 

L’odore forte del Mc Donald riempie lo spiazzo. Un gruppo di ragazze Rom attraversa le piccole aiuole ricoperte di erba, le larghe gonne colorate al vento… Una di loro, una bambina di meno di 7 anni, ha uno sguardo vivace e acceso che spicca tra le guance sporche di nero.

 

I taxi attendono sul lato destro. Mi dirigo verso il primo della fila.

 

Uno sguardo d’intesa al tassista. Lui ripone veloce la Settimana Enigmistica e toglie dal naso gli occhiali da vista. La matita sparisce dalle mani e lui è l’uomo al mio fianco pronto ad aiutarmi con i bagagli.

 

«Prego, lasci fare a me» – mi dice con forte accento bolognese.
«Grazie mille» – rispondo io.

 

Afferra con forza la mia valigia e la ripone nel bagagliaio capiente di un’Audi splendente e bianca come latte.

 

Mi accomodo davanti. Mi sento sempre in imbarazzo a sedermi dietro.
L’interno dell’auto è immacolato e profuma di vaniglia.

 

«Dove la porto?» – mi domanda mentre mette in moto l’auto.
«Accademia delle Belle Arti, Viale delle Belle Arti»
«Studente?»
«No, non proprio…» – taglio corto io.

 

Non ho alcuna voglia di raccontargli quello che faccio. È sempre così complesso spiegare che non tutti gli attori fanno le fiction e descrivere quale strano genere di spettacoli io porti in giro per la Penisola. L’ultima volta un barista mi aveva chiesto perchè non tentassi di entrare in un bel reality. «E’ un trampolino di lancio» – sosteneva lui mentre schiumava il latte di un cappuccino. «Ci stanno tutte le persone che contano»

 

«Viale Belle Arti, ricevuto» – esclama il tassista. Azzera il tassametro e la corsa ha inizio.

 

Appoggia il piede sull’acceleratore ed il motore dell’Audi svela subito la sua cilindrata. La macchina parte agile in avanti. Il semaforo svetta alla nostra destra, ancora verde. Una finestra temporale di pochi secondi prima che scatti il rosso. L’autista non vuole risultare antipatico iniziando la sua corsa fermo ad un semaforo, mentre il tassametro continua ad avanzare. Schiaccia di colpo il pedale sterzando verso destra. La strada è sgombra e la macchina accelera in una frazione di secondo.

 

Poi la frenata.
Stridio di ruote che macchiano l’asfalto.
La cintura di sicurezza scatta ed entrambi veniamo spinti all’indietro verso lo schienale.
Mezzo piazzale si volta verso di noi.

 

Impaurita davanti a noi sta la ragazzina Rom di prima. Si era buttata in mezzo alla strada incurante del traffico. Quella che poteva essere la sorella o la madre, la raggiunge da dietro. Segue un sonoro schiaffo sulla testa e la bambina viene riportata sul marciapiede accanto al semaforo.

 

Niente di ché. Ma l’episodio dà il via ad un monologo che avrei preferito evitare.

 

«‘Sti rom! Non se ne può proprio più! Siamo invasi, lo sa? Sono dovunque!»
Annuisco per mostrarmi cortese, ma senza parlare.

 

«E poi rubano! Svaligiano le case… Ha sentito del benzinaio? Quello che ne ha ammazzato uno? Io dico che ha fatto bene! Dio Santo! Ha fatto bene!»

 

Me ne sto zitto guardando in avanti.
La rabbia del tassista monta velocemente.

 

«Arrivano tutti qua! Tutti qua! Ma perchè non se ne vanno da qualche altra parte! Sempre qua! Sempre qui in mezzo ai c*****!** E se ne fai fuori uno, in galera ci vai tu! Se c’ero io, non uno ma due ne facevo fuori!»

 

Il viale che abbiamo davanti è una lunga serie di semafori. Il prossimo è rosso e la nostra vettura è costretta a rallentare.

 

In mezzo all’incrocio sta un ragazzo. Avrà circa trent’anni. È un lavavetri. Capelli neri e occhi scuri. Piccola statura e lineamenti gitani. Un Rom. Anche lui. Il rosso è appena scattato e non ci vuole una laurea per capire che c’è abbastanza tempo perché il lavavetri giunga anche al nostro fianco armato di spugna imbevuta di detersivo per piatti e secchio pieno d’acqua sporca.

 

Il Rom avanza di parabrezza in parabrezza. Ma nessuno degli automobilisti accetta i suoi servigi. Una macchina targata svizzera aziona il tergicristalli spruzzando acqua. Il ragazzo balza all’indietro. Sorride imbarazzato e passa oltre.

 

La prossima macchina è la nostra.

“In mezzo all’incrocio sta un ragazzo. Avrà circa trent’anni. È un lavavetri. Capelli neri e occhi scuri. Piccola statura e lineamenti gitani. Un Rom. Anche lui…”

Con la coda dell’occhio guardo il tassista. La sua mano lascia il volante. L’indice sinistro si appoggia sul tasto dell’alzacristalli. Il vetro comincia a scendere.

 

Si mette male! Qui si mette davvero male!
Il tassista è furente. La situazione sta per precipitare.

 

Ora il Rom è davanti al finestrino.
Mi preparo al peggio…
… ma il film è destinato a sorprendermi.

 

«Come stai, Ibro?» – esclama il tassista con un largo sorriso.

 

Io resto senza parole, mentre seguo la scena.

 

«Bene, grazie!» – risponde l’altro.
«E tua moglie, si è ripresa?» – continua l’autista.
«Sì, tutto passato! Grazie, Signor Carlo!» – aggiunge il ragazzo.

 

Il semaforo diventa verde. Dal fondo cominciano a giungere i primi colpi di clacson di automobilisti impazienti.

 

«Allora stammi bene, Ibro! Se passi da Centrale, fammi un fischio!»
«Ciao, Signor Carlo!»
«Ciao, Ibro»

 

Il taxi riprende la corsa.
Sono allibito. Il tassista – so ora che si chiama Carlo – è d’improvviso rasserenato e guida con calma nel caotico traffico bolognese dell’ora di punta.

 

Non ce la faccio più. Devo chiederglielo…
«Mi scusi… Ma anche il ragazzo è Rom… Lui però non le sta antipatico… »

 

«No, lui no!» – risponde il tassista guardando la strada.

 

«E perché no?» – continuo io senza capire.

 

«Ma perché lui lo conosco» – risponde lui gettandomi un’occhiata di sufficienza, incapace di comprendere come io abbia potuto domardargli una cosa tanto semplice e scontata.

 

•••

 

Lui lo conosco.

 

Conoscersi.
Basterebbe solo quello.
Solo così poco.

PS: un grazie speciale all’amico Andrea Canevaro. Grazie, caro Andrea, per essere per noi e non solo costante esempio e modello da seguire.

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